· Città del Vaticano ·

Il figlio qualunque
di un uomo qualunque

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16 gennaio 2021

«Cosa ricordo di lui… Molte cose, naturalmente. (…) E, come succede nella maggior parte dei casi tra padre e figlio, abbiamo avuto momenti belli e momenti difficili. Quelli che però mi tornano in mente con più forza, chissà perché, non sono né i primi né i secondi, ma piuttosto episodi banali, che non hanno nulla di straordinario». Inizia così Abbandonare un gatto (Torino, Einaudi 2020, pagine 88, euro 15, traduzione di Antonietta Pastore), il nuovo libro dello scrittore giapponese Murakami Haruki, impreziosito dalle bellissime illustrazioni di Emiliano Ponzi.

Nella ormai ricca e apprezzata galleria di libri dello scrittore nato a Kyoto nel 1949, questo testo rappresenta un unicum: per la prima volta infatti Murakami parla della sua vita, della sua famiglia, di suo padre. E poiché lo fa con lo stile, la profondità e la grazia che conosciamo da anni, il risultato è un’opera nuova e antica allo stesso tempo. 

 Il “figlio qualunque di un uomo qualunque” risale con la memoria a quando era bambino, ripercorrendo ricordi familiari non sempre sereni e limpidi, ma che comunque fanno parte di lui, avendolo reso — in un modo o nell’altro — ciò che è. È il bambino che guarda l’uomo che è suo padre, ma è l’uomo che il figlio è diventato a raccontarcelo, anche nei tanti interrogativi a cui nemmeno il tempo ha dato risposta.

Il rapporto con il padre non è stato sempre facile, l’eredità che l’uomo ha trasmesso a suo figlio si è rivelata a tratti faticosa da portare. «Mio padre mi ha parlato solo una volta della guerra, quando mi raccontò dell’esecuzione di un prigioniero cinese catturato dal suo reggimento. Non so cosa l’avesse spinto a confidarsi. (…) In ogni caso, comunque siano andate le cose, quell’evento aveva di sicuro lasciato nel suo animo — di soldato e di buddista — una profonda cicatrice». Una cicatrice che si va a incidere anche sulla pelle del figlio perché, con il racconto, «quel pesante fardello che mio padre si portava dietro — oggi si direbbe il trauma — lo ha poi trasmesso in parte a me, suo figlio. È così che funzionano le relazioni umane, è così che funziona la storia. Era sostanzialmente il “trasferimento di un’eredità”».

Ma c’è anche tanta poesia, tanta cura. Tanto amore per quest’uomo nato nel 1917, divenuto un professore di letteratura, affidabile, composto e introverso, figlio di una generazione stretta tra povertà e guerra; un uomo che suo figlio fatica un po’ a comprendere. È come se lo scrittore, parlandoci di suo padre, volesse colmare i tanti silenzi cristallizzatisi tra loro negli anni. «Mi sono tenuto dentro questa storia per molto tempo, come una spina rimasta in gola». È topos ricorrente nella storia della letteratura il rapporto padre-figlio. C’è la difficoltà di capirsi molto spesso dovuta alla difficoltà di comunicare; ci sono le aspettative disattese dei genitori, la ribellione che esse generano nei figli. Ci sono le tante, lunghe incomprensioni che però ben poco tolgono all’amore.

«Da tanto tempo — scrive nella post-fazione Murakami — avevo in mente di scrivere qualcosa di adeguato su mio padre, ormai scomparso, ma ho lasciato passare gli anni senza nemmeno provarci». Ora lo ha fatto, decidendo di condividere così tanto di sé con il suo pubblico. Scoprendo che «è l’accumularsi di queste piccole cose che mi ha formato». A partire dall’essere il «figlio qualunque di un uomo qualunque».

di Silvia Gusmano