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La storia dell’Europa nel Novecento

Una molteplice unità

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15 gennaio 2021

Nel libro di Nicola Antonetti e Paolo Pombeni


«L’Europa non ha unità se non nella sua molteplicità, e attraverso essa. Sono le interazioni tra popoli, culture, classi, Stati, che hanno intessuto un’unità, essa stessa plurale e contraddittoria». Questa affermazione di Edgar Morin potrebbe essere una delle chiavi di lettura del volume Da Versailles (1919) a Berlino (1989). La lunga storia dell’Europa nel secolo breve, a cura di Nicola Antonetti e Paolo Pombeni (Bologna, Il Mulino, 2020, pagine 185, euro 18). Il libro raccoglie i contributi di un convegno che si è svolto a Roma nel dicembre del 2019 presso l’Istituto Luigi Sturzo e si propone come una riflessione sulla storia politica europea nel periodo che intercorre tra due momenti cruciali di quello che Eric Hobsbawm ha definito il «secolo breve».

Da un lato, il 1919, che corrisponde alla presa di coscienza, all’indomani della Grande guerra, della progressiva perdita di centralità dell’Europa, a vantaggio del ruolo sempre più influente svolto da Stati Uniti e Unione Sovietica. Dall’altro lato, il 1989, quando la caduta del Muro di Berlino segna la riconquista dell’autonomia europea e il suo riconoscimento da parte delle due superpotenze protagoniste della guerra fredda.

Uno dei temi affrontati nel volume è quello dei confini. Proprio mentre la loro importanza sembrava tramontare a causa della globalizzazione, i confini sono tornati al centro delle analisi di geografi, politologi e sociologi, non soltanto per effetto dei fenomeni migratori, ma anche per il ridestarsi della conflittualità sociale, nonché più di recente sotto l’azione della pandemia. Come ricorda Christoph Cornelissen nel suo saggio, era stato già Georg Simmel a sostenere che il confine non è un «fatto spaziale con effetti sociologici, piuttosto un fatto sociologico che si forma spazialmente».

Per l’Europa, si tratta di confini tanto esterni quanto interni. A tal proposito, Adriano Roccucci rileva quanto sia ingannevole, oltre che storiograficamente inaccurato, esaminare il rapporto tra Europa occidentale ed Europa orientale come se si trattasse di due poli monolitici. Contro la tendenza a cedere a visioni binarie e assolutizzanti, Roccucci auspica il ricorso a categorie quali “molteplicità” e “pluralità”, in grado di tener conto delle innumerevoli stratificazioni culturali, ideologiche, religiose e politiche che caratterizzano il mosaico europeo.

Muovendo da presupposti simili, Lorenzo Zambernardi si interroga sull’asse Nord-Sud, mostrando come, benché più sfumata rispetto al passato, l’idea del divario tra Settentrione e Meridione sia ancora diffusa nel dibattito pubblico per descrivere le differenze regionali.

Una sezione rilevante del libro è poi dedicata all’analisi delle diverse forme assunte dalla politica nella storia europea novecentesca. Nel suo intervento, Paolo Pombeni nota come fu proprio a Versailles che si ebbe il superamento dei due princìpi che avevano ispirato le sistemazioni territoriali decise al Congresso di Vienna: l’equilibrio e il legittimismo restauratore. I trattati di pace stabiliti dopo la Grande guerra — benché ancora legati a matrici interpretative ottocentesche, come quella tra società progressive e società immobili — riconobbero, infatti, il primato del costituzionalismo, che di lì a poco però sarebbe entrato gravemente in crisi con l’avvento dei totalitarismi.

Anche Fulvio Cammarano si sofferma sul problematico rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo. A partire dal tardo Ottocento — scrive Cammarano — si fece sempre più insistente la richiesta di un governo autorevole, capace di limitare la sfera decisionale dei parlamenti. Tale processo subì un’accelerazione proprio dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale, dalla quale uscì rinsaldato il modello di uno Stato-nazione incentrato sul primato dell’esecutivo.

Partendo da una considerazione di Max Weber, Nicola Antonetti richiama l’attenzione sulla dialettica tra «parlamentarizzazione» e «democratizzazione» ed esamina alcuni esperimenti costituzionali del primo dopoguerra, come la Repubblica di Weimar, sottolineando la difficoltà di conciliare il rispetto dei diritti individuali, lo stato sociale e la sicurezza pubblica. Michele Nicoletti offre un affresco di quelli che ritiene essere i cinque più influenti sistemi politici europei del diciannovesimo secolo: la politica come lotta; la politica come controllo della vita biologica; la politica come creazione di un uomo nuovo; la politica come garanzia dei diritti civili; e la politica come realizzazione della giustizia sociale. Michele Marchi torna sull’importante cesura della storia europea e mondiale recente rappresentata dagli anni compresi tra il 1971 e il 1975, con l’annuncio di Richard Nixon di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, la crisi petrolifera, il crollo delle dittature in Portogallo, Grecia e Spagna.

Nel saggio che chiude la raccolta, Damiano Palano si concentra su un’altra relazione tutt’altro che lineare, quella tra democrazia e valori liberali. Dopo la caduta del Muro, afferma Palano, non si è affatto verificata la «fine della storia» preannunciata da Francis Fukuyama, che avrebbe dovuto coincidere con il trionfo planetario della democrazia liberale. Al contrario, vi è stato sia un aggravamento della crisi della democrazia, evidente nell’ascesa di grandi autocrazie e nell’emergere del volto illiberale di alcuni Paesi democratici, sia una progressiva sfaldatura dell’ordine internazionale. Tale scenario pare essere l’anticamera per l’esplosione di dissidi sui modi di intendere l’ethos democratico.

Il volume, in conclusione, pone l’attenzione su una serie di problemi ancora aperti. Questioni di lungo periodo, alcune delle tornano a riproporsi periodicamente, causando fratture e tensioni. Solo una rinnovata consapevolezza su questi temi consentirà al Vecchio continente di affrontare le grandi sfide del presente e del futuro prossimo.

di Giovanni Cerro