· Città del Vaticano ·

Stabilire un legame

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15 gennaio 2021

Pubblichiamo uno stralcio da «Il silenzio» (Mimesis edizioni, 2012)

Il silenzio non esiste in natura. Dovremmo parlare d’assenza d’ascolto. C’è sempre qualcuno che manifesta l’intenzione di ritirarsi in campagna e raccogliersi nel silenzio, dimenticando che la campagna è ricca di suoni. Certo si può comprendere l’intimo desiderio di chi vuole fuggire dalle città: ci si vuole allontanare dai fracassi industriali e tecnologici, dalla confusione delle folle. E c’è senza dubbio una netta distinzione tra suoni e rumori: il suono giunge spesso alle orecchie in modo lieve e a volte piacevole, mentre il rumore è sempre invadente e qualche volta assordante.

Oggi poi c’è un altro elemento del quale non ci accorgiamo mai: l’aria. Durante l’ottobre scorso sono sceso dal treno a Foggia e, mentre aspettavo l’amico che venisse a prendermi per portarmi a Manfredonia, la prima accoglienza dolce e carezzevole è stata una leggera brezza scorrevole sulle guance e sulla fronte. A Milano avevo dimenticato questa presenza dell’aria.

E dovrei parlare anche dello scrosciare delle piogge e della danza delle gocce sulle pietre e dello sciacquio giù dalle gronde. Ma ecco che m’accorgo anche dello stormire delle foglie, del fruscio delle erbe che mi giunge quasi come una carezza, e persino la terra emana ogni sorta di suoni o crepitìi. Tutto è vivo e parla in natura. E quanta vita incessante ci accoglie in campagna.

Il problema vero è che non sappiamo ascoltare, e che i rumori prodotti dall’uomo soverchiano spesso le possibilità d’ascolto. Siamo nella natura e così lontani da essa da non sapere più il silenzio.

Ma cos’è dunque quella strana cosa che chiamiamo silenzio? Quando si va a cercare l’origine della parola i dizionari italiani non c’informano mai oltre il greco e il latino, e in poche circostanze qualcosa dell’indo-europeo. Eppure come affermava Socrate, l’etimologia è sempre la più vicina alla vera natura della parola. Da dove viene dunque il silentium dei latini?

Una interpretazione di Sesto Pompeo Festo allude alla s prolungata con cui si chiede di tacere; altri accennano al sinomi o sinami che evoca il sanscrito legare. Cosa legherebbe o collegherebbe dunque il silenzio? Molte potrebbero essere le risposte. Una potrebbe riguardare il “legame” fra gli uomini, visto che dal silenzio viene favorito l’ascolto e quindi il dialogo, e da qui il sorgere di una tribù o società primitiva. Un altro aspetto può essere inerente l’ascolto della natura e il rapporto dell’uomo con tutti gli esseri vegetali o animali. Ma potrebbe esserci un’allusione al nesso tra realtà corporea e le realtà inaccessibili ai sensi e al pensiero umano, il silenzio come via d’accesso a ciò che non è immediatamente recepibile.

Possiamo però addentrarci in altri aspetti. Noi spesso confondiamo il silenzio col “fare silenzio”, tacere, non fare rumore. Ma quest’ultimo aspetto ha più a che vedere con l’atteggiamento dell’uomo verso la parola o verso gli altri uomini quando si tratta di disturbo del raccoglimento.

Si può tacere per riflettere, per rispetto, o per non inter-venire in un discorso o un dialogo altrui, ma si può essere anche tacitati da altri o semplicemente in attesa della propria o dell’altrui parola; qualche volta si tace non avendo nulla da dire o in alcune occasioni perché minacciati. Sotto coercizione il silenzio può persino divenire ironico o eroico: non dire ciò che può nuocere ad altri, alla patria, all’amico, alle idee, o per prendere le distanze da chi parla o, semplicemente, non volendo mentire.

Un particolare valore ha il silenzio di Cristo davanti al Sinedrio: viene in mente la sua precedente asserzione «Io non sono di questo mondo» intendendo prendere le distanze dai costumi e dall’asservimento alle passioni.

Ma si tace anche per emozione. Si cita spesso l’innamorato nel rapporto con la cosa o la persona amata. In molti di questi casi però il tacere non dipende da una scelta volontaria, ma da molteplici cause, spesso indipendenti da ogni consapevolezza. Fino a che punto c’è nell’uomo un vero e proprio controllo dei propri sensi e del proprio cuore? E qual è il confine fra il dire e il tacere nell’empito di un’emozione? L’artista, ad esempio, nel momento di una forte emozione non sa trattenersi dall’esprimersi — un vero e proprio impulso lo induce a muovere la mano o la parola o annotare un suono.

Può però anche darsi che a qualcuno sia necessario far trascorrere tempo per riuscire a disegnare, parlare o musicare. Spesso è la memoria a suscitare il segno dell’emozione. Anche perché l’emozione più forte e carica di simboli si presenta alimentata da elementi di varia natura, come nostalgia, maggior consapevolezza, struggimento di rimpianti o sopraggiunti riconoscimenti di valore. La diaristica o i memoriali della vecchiaia stanno a dimostrare questo ritardo nell’insorgere della spinta emotiva.

Ma torniamo di nuovo al significato sanscrito di sinomi. Perché si dà tanta evidenza al “legare”? Cosa si mette in relazione ancora con l’attenzione al silenzio? Ne abbiamo già trattato nell’ascolto di ciò che ci perviene dal di fuori ma credo che il più importante tipo di rapporto si costituisca, oltre che con se stessi, anche con ciò che nel profondo del nostro essere si presenta come impulso simbolico ben oltre ogni possibile riferimento alla nostra esperienza.

Compare un ulteriore “legame”, quello religioso, che appunto viene da religo o religio, metto insieme, collego. E nell’abisso del nostro essere che si può ascoltare quell’impulso vitale, spesso chiamato anima, quell’impulso che spalanca ogni possibilità e può aprire al mistero di un Dio. Ed è anche qui che si ascolta la parola della poesia, il segno di ogni altra arte e di ogni scienza, qui, come ha scritto Benedetto Croce, che «la cosa pensa se stessa». È perciò nel silenzio che accogliamo l’essenza della vita e persino il moto che dà sostanza al nostro lavoro quotidiano.

In queste profondità non s’incontra il proprio Ego ma il proprio Essere che nel silenzio è in continua comunicazione con l’essenza delle persone e delle cose, e qualche volta con la voce o la luce di ciò che chiamiamo Dio o il mistero. A chi gli domandava come si sentisse nella sua solitudine, il pittore Eugenio Tomiolo rispondeva: «Io non sono mai solo, sono sempre con Dio».

di Franco Loi