· Città del Vaticano ·

La barriera corallina, un ecosistema da difendere

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14 gennaio 2021

Difendere la sopravvivenza delle barriere coralline non è salvaguardare il divertimento dei fortunati turisti che si immergono nei mari tropicali ma proteggere l’ecosistema marino, le migliaia di specie acquatiche cui i coralli forniscono cibo, preservare le coste dall’erosione causata da onde e tempeste, e garantire i mezzi di sussistenza ad oltre un miliardo di persone che, in tutto il mondo, ne beneficiano direttamente o indirettamente.

La barriera corallina inoltre assorbe azoto e carbonio è dunque estremamente importante e non solo per la vita marina. Ma l’inquinamento, la pesca eccessiva e le ondate di calore dovute al cambiamento climatico ne minacciano l’esistenza: la sua scomparsa è un rischio reale. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha valutato che se le emissioni di gas a effetto serra non verranno drasticamente ridotte, le barriere coralline potrebbero scomparire in tutto il mondo entro la fine del secolo. Secondo gli esperti del Programma Onu, dunque, «l’umanità deve agire con urgenza, ambizione e innovazione, per cambiare la traiettoria che minaccia questo ecosistema, che rappresenta il canarino nella miniera di carbone dell’impatto climatico sugli oceani». Finora «abbiamo abusato del nostro pianeta come se ne avessimo uno di ricambio. Il nostro attuale utilizzo delle risorse richiede quasi due pianeti, ma ne abbiamo solo uno» ha avvertito il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres al recente One Planet Summit che si è tenuto in Francia. «Il 2021 deve essere l’anno della riconciliazione dell’umanità con la natura» ha insistito Guterres. E per quanto riguarda la salvaguardia della barriera corallina qualcosa si è mosso. È stato infatti avviato uno sforzo coordinato per studiare meglio questo sistema marino, mapparlo e difenderlo dal pericoloso sbiancamento, un fenomeno che può portare alla distruzione delle barriere coralline e dei loro ecosistemi e che si sviluppa quando viene a mancare la simbiosi tra i polipi del corallo e alcune alghe unicellulari foto sintetizzanti note come zooxanthellae. Il colore caratteristico di ogni specie di corallo è dato dall’alga che vive sotto i polipi ed è tanto più vivido quanto più alta è la concentrazione di questo microorganismo; la funzione dell’alga è quella di eseguire la fotosintesi e produrre nutrimento per i polipi. Quando la temperatura dell’acqua si alza, anche di solo 2 gradi Celsius, l’intera struttura entra in una sorta di “febbre” e i microorganismi non sono più in grado di produrre nutrimento, pertanto dopo pochi giorni i polipi del corallo espellono l’alga simbiotica, facendo assumere alla struttura calcarea una colorazione più pallida o lasciandola completamente bianca. In assenza dell’unica fonte di nutrimento, i polipi sono destinati a morire.

L’ultimo evento globale di sbiancamento, iniziato nel 2014 e durato fino al 2017, ha interessato gli oceani Pacifico, Indiano e Atlantico, ed è stato l’evento di sbiancamento dei coralli più lungo e distruttivo mai registrato, segno tangibile di quali sono gli effetti disastrosi dell’aumento della temperatura dell’acqua. Dunque, per conoscere meglio e monitorare la biodiversità di questi mondi sottomarini, proteggerli e ripristinarli, un team di scienziati ha pensato di utilizzare le immagini satellitari che andranno a costituire un atlante delle barriere coralline nel mondo. La maggior parte delle barriere coralline non sono infatti ancora mappate. I ricercatori fanno parte del progetto “Allen Coral Atlas”, guidato da Vulcan, un’organizzazione filantropica che collabora con il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente per realizzare l’atlante che servirà a migliorare la comprensione dei sistemi di barriera corallina e introdurre le misure più adatte a proteggere i coralli. L’atlante utilizza la tecnologia satellitare per creare immagini ad alta risoluzione che elaborate costituiranno mappe dettagliate utili agli scienziati e alla comunità di conservazione per confrontare la salute delle barriere coralline nel tempo e comprendere le pressioni cui sono soggette. A fornire le immagini sarà Planet Labs, che gestisce la più grande flotta al mondo di satelliti per l’osservazione della Terra.

Gli altri partner del progetto, che si inserisce nell’ambito di due campagne ambientali lanciate dall’Onu, sono l’Università del Queensland, Planet Inc, 201 Arizona State University e la National Geographic Society. L’atlante mira a mappare il 100 per cento delle barriere coralline del mondo entro l’estate del 2021.

di Anna Lisa Antonucci