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# CantiereGiovani
Come ripensare l’insegnamento delle lingue e delle culture straniere?

Tra avvicinamento
e distanziamento

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11 gennaio 2021

Parlo al telefono con una collega tedesca: nove mesi fa abbiamo rinunciato a fare uno scambio di classe. Nove mesi dopo siamo dolorosamente nella stessa condizione e sempre lontane a centinaia di chilometri. Entrambe non sappiamo cosa succederà dopo queste vacanze. Ci chiediamo: «Come avete fatto voi? Metà classe a casa e metà a scuola o metà scuola a casa e metà in presenza? Come riesci a insegnare la lingua straniera a distanza? Come fai per i compiti scritti? Hai il tempo per seguire i webinar sulla didattica a distanza?».

Leggo notizie da gruppi di insegnanti di lingue straniere di tutto il mondo e le tematiche discusse sono le stesse. Avvicinamento e distanziamento gli ossimori che lacerano la professionalità di tanti insegnanti di lingue e di tante altre professioni. Scrivo a un’amica: «Stiamo tutti vivendo la stessa situazione. Ti rendi conto? Tutto il mondo. Nessuna nazione è esclusa».

Insegniamo lingue straniere. L’incontro e l’interazione è la dimensione con cui quotidianamente da anni ci formiamo e ci misuriamo. Le alunne e gli alunni di un liceo linguistico si sono iscritti, attendendo con ansia di comunicare, conoscere altri ragazzi da paesi diversi, paesaggi usanze, sapori, musiche e ora ci guardano smarriti, qualcuno osa chiedere: «Che facciamo ora? Non andiamo? Non vengono?». Quelli che frequentano gli ultimi anni, alle loro spalle hanno la fortuna di aver fatto negli anni precedenti scambi, viaggi, qualcuno lo scorso anno ha resistito all’estero nell’anno della pandemia. Non so se siano proprio loro a essere più smarriti di quelli che ancora non hanno fatto quelle esperienze di incontro. I grandi, infatti, sanno bene cosa si perdono. Loro sanno che il prossimo anno iniziare a lavorare o a frequentare l’università in Germania, Francia, Russia, Cina, Gran Bretagna, Stati Uniti, Canada o Australia sarà molto meno a portata di mano e di tasche. Già! Anche la crisi economica gioca la sua parte. Quanti genitori potranno pagare un periodo o addirittura un intero anno scolastico all’estero? Quante borse di studio saranno disponibili ora che tanti lavoratori chiedono aiuto per rialzarsi, oppure semplicemente per tirare avanti ancora un altro po’.

Siamo insegnanti di lingua e civiltà, lingue e letterature. Siamo i vettori dell’incontro. Abbiamo nella migliore delle ipotesi 4 classi, altrimenti 6 oppure 8 classi a seconda se insegniamo in licei linguistici, classici o istituti tecnici. Significa in ogni caso avere centinaia di alunni con bisogni diversi. Alcuni molto restii e riluttanti a imparare una lingua straniera, altri che hanno fatto una vacanza con i genitori fuori dall’Italia e vorrebbero ritornarci da soli a scoprire di più. Alcuni hanno parenti all’estero, magari tutta la famiglia e sognano di ricongiungersi a loro. Eh sì, perché nelle nostre scuole superiori abbiamo sempre più alunni che hanno un background internazionale, come di usa dire ora in modo politically correct, e quindi l’ignoto, il viaggio, non sono dimensioni paurose. I loro coraggiosi genitori o nonni di sono avviati con i più diversi mezzi. Altri nostri alunni si ritrovano a essere stati affascinati dalla giornata delle porte aperte e ora vorrebbero mettere d’accordo desideri suscitati, aspettative coltivate e tempi presenti incerti, fatti di attese di bollettini, decisioni sanitarie politiche economiche ed equilibri sociali sempre più precari.

Alcuni, anzi molti, soffrono, si estraniano, si rifugiano in serie tv. Non tutti gli alunni guardano le notizie o leggono giornali o si azzardano a tentare di capire e tentare di tracciare linee che uniscano cause ed effetti, contraddizioni ed eterogenesi dei fini. La molteplicità del reale, l’affollamento delle notizie più diverse mette ansia. Sugli schemi appaiono le immagini di un inverno nevoso che in altri tempi avrebbe scatenato allegre sciate o fatto fregare di piacere le mani degli albergatori. Lo stesso telegiornale lascia l’amaro in bocca quando mostra che alle 4 del mattino gli occupanti di un ex centro di accoglienza vengono sloggiati. E poi i servizi mostrano gli incendi dei campi profughi in Grecia o in Bosnia. Improvvisamente senti la tua casa al v piano tremare e vieni a sapere che si tratta di una scossa di terremoto avvenuta a centinaia di chilometri e tremi al pensiero che basti poco a farti abbandonare il calduccio di casa e precipitare da un momento all’altro nella stessa condizione di chi quella condizione la vive da anni e che da anni viene mostrata dai telegiornali.

Davanti a tutta questa complessità come posso ripensare l’insegnamento alla lingua e alla cultura straniera? Mi torna in mente Fratelli tutti. Quale titolo più appropriato di questo. Quale richiamo a una nuova costruzione di una casa comune, una salute comune, una sicurezza comune, un’economia di comunione, una consapevolezza di fratellanza, di compassione. Questo tempo fragile e semioscuro ci chiede ormai con urgenza: valutazione e immediata azione, programmare e già mettere mano all’opera. E noi, invece, abbiamo imparato a ponderare, riflettere, discernere e solo dopo a operare. Ce la faremo?

Rispondendomi («Accendi sempre una luce nella vita di chi ti è accanto, anche la tua ne verrà illuminata»), l’amica mi mostra che la dimensione e il passo devono rimanere umani. La prima distanza da colmare è quella tra «il me e il te».

di Annamaria Manna