· Città del Vaticano ·

In un libro di Nicoletta Bortolotti la vera storia di Ahmed Malis

Mostrare il bello che c’è
nel brutto

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11 gennaio 2021

Al sedicesimo piano di una casa popolare vive una famiglia italo-egiziana. Ci sono un papà e una mamma che si rimboccano le maniche per costruire un’esistenza dignitosa e tre figli che cercano di rigare dritto, di comportarsi bene per non finire come quei tanti coetanei, scomparsi «di malattia, di gabbio, per un’overdose». Perché a «Gambel City, Milano provincia del Cairo» e, cioè, nel quartiere periferico dei cinque Malis, le cose vanno proprio così. «Rischi di finire in una rissa, derubato, accoltellato, rischi che ti sfondino la porta, perché qui le porte sono rotte, e non ci sono le portinerie, e ti occupano l’appartamento». Rischi di nascere «per vivere nonostante la vita». È un miracolo se il destino, contrariamente al solito, «ti prende strabene». Ed è esattamente questo, un miracolo, ciò che succede nella casa al sedicesimo piano. Disegnavo pappagalli verdi alla fermata del metrò – La storia di Ahmed Malis (Milano, Giunti, 2020, pagine 240, euro 14) di Nicoletta Bortolotti è una fiaba moderna, consigliata ai ragazzi dai 14 anni in su affinché imparino, veramente, a sognare. Il libro racconta, per l’appunto, l’avventura realmente accaduta ad Ahmed, che davvero è figlio di quel papà (da poco scomparso) e di quella mamma dai mille sacrifici e che davvero è fratello di Islam e Amina, con la passione, rispettivamente, del canto e della scrittura. Nonostante il contesto disagiato in cui cresce — il quartiere Giambellino, come descritto dall’autrice, ricorda le atmosfere della Rozzano di Jonathan Bazzi in Febbre (Fandango 2019) —, il ragazzo, oggi ventiquattrenne e laureato alla Nuova Accademia di Belle Arti (Naba) di Milano, riesce, contro ogni previsione o statistica sulla dispersione giovanile, a perseguire e sviluppare il suo talento. Sono una serie di favorevoli coincidenze — l’aiuto degli operatori di un centro d’aggregazione, un articolo di giornale, la raccolta fondi per il completamento degli studi —, ma, soprattutto, l’indiscutibile bravura nel disegno iperrealistico, a salvare Ahmed da una sorte preconfezionata e colma di pregiudizi (basta ammirare la copertina dell’opera e le illustrazioni contenute: bellissimi disegni firmati dal giovane artista c
he, nel 2017, per il «Corriere della Sera», realizza il ritratto di Papa Francesco). Non è vero, dunque, che certe matite siano irrimediabilmente destinate a spezzarsi e poi, in base a una importantissima sfumatura che emerge dalle pagine e che meriterebbe un discorso a sé, perché, per chi vive situazioni meno abbienti rispetto ad altri, disegnare, al pari di qualsiasi altra attitudine artistica, suscettibile di diventare una vera e propria professione, dovrebbe essere solo «un gioco, un passatempo»? Può pure accadere, insomma, che le matite citate (e il protagonista la matita la usa come se fosse «una bacchetta di un mago») riescano a scrivere pagine di riscatto, passione e perseveranza, di sensibilità, artistica e umana, in contesti dove omologarsi è un imperativo categorico («a scuola si vergogna di andare bene, ma non riesce a fare a meno di studiare. Certe volte s’impone di non fare i compiti, ma poi (…) li fa la sera, a mezzanotte, a letto, con la luce dell’abat-jour accessa. Tipo anche che si vergogna di leggere. Non so nemmeno cosa legge. Ha preso in prestito un libro in biblioteca. E si vergogna di pagare il biglietto del tram, perché sa che nel quartiere chi paga il biglietto è uno sfigato»).

Ahmed Malis — che si veste «largo perché il mondo è largo», che usa il cappello con la visiera girata, che ascolta il rap nelle cuffiette e che sui social si chiede se sarà mai «all’altezza della Luna» — sui suoi fogli tratteggia la luce che sfugge e disegna la realtà, priva di preconcetti e falsità, che il più delle volte si guarda ma non si vede. L’autrice dà, così, voce a una storia che, senza esitazioni di sorta, fa sperare («ho vent’anni e, come allora, sulla 90 che percorreva la periferia ovest di Milano, mi convinco che nessuno può venirti a dire: “Tu questo non lo fare”. Ti metti lì e lo fai»). E che è divertente leggere nello slang delle nuove generazioni, in quel linguaggio che è una mescolanza di «Ok, fra’», «Brò», «Ehi, bellaaa!», «stramale», «allora che mi dici, man?», espressioni tipiche, ricorrenti e standardizzate di adolescenti le cui vite, sì, sembrano tutte uguali e, invece, differiscono l’una dall’altra, risultando uniche («l’avresti mai detto che in un involucro così superficiale si nasconde tanta roba? Qualcosa di profondo?»).

Una storia, in definitiva, sulla bellezza, che è imprevedibile, inaspettata e al contempo autentica, persino al sedicesimo piano di una palazzina suburbana. Del resto, «a mostrare il bello che c’è nel bello tutti sono capaci, no? Ma mostrare il bello che c’è nel brutto è un’arte rara, richiede tecniche miste».

di Enrica Riera