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Il contributo di volontari musulmani a Mosul per il recupero di chiese danneggiate dai jihadisti

Uniti nella ricostruzione

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09 gennaio 2021

«Questo è un messaggio che lanciamo ai cristiani, diciamo loro: tornate, Mosul non è completa senza di voi». Parole di profondo rispetto legate a una speranza fondata su valori di fratellanza interreligiosa quelle di Mohammed Essam, cofondatore di un gruppo di volontari musulmani della città del nord dell’Iraq impegnati a ridare vita, tra i tanti edifici storici, anche a quelli cristiani, nel tentativo di superare le drammatiche ferite inferte da anni di violenze dei miliziani del sedicente Stato islamico (Is). E così, i ragazzi di “Sawaed al-Museliya” (Braccia di Mosul) hanno iniziato a ripulire da polvere, detriti e calcinacci la chiesa siro-cattolica di San Tommaso, tradizionale luogo di culto cristiano che risale alla metà del 1800 reso oggetto di depredazione e distruzione dei miliziani del “califfato” che nell’estate del 2014 avevano conquistato il controllo di Mosul e di gran parte della piana di Ninive. In quel periodo, i cristiani, come del resto anche yazidi, altri musulmani e sabei, furono costretti alla fuga verso un riparo nel Kurdistan iracheno. Un dominio durato fino all’estate del 2017 — anche se ancora permangono alcune squadre terroristiche irriducibili come ha di recente affermato l’arcieparca di Mosul dei Caldei, Najeeb Michaeel Moussa — e perpetrato con la violenza e il terrore oltre alla devastazione di luoghi simbolo come la moschea di al-Nouri e la chiesa di Al-Saa, conosciuta come Nostra Signora dell’Ora.

Dopo il saccheggio, avvenuto durante l’estate del 2014, la chiesa di San Tommaso è andata progressivamente in stato di abbandono, rischiando il crollo completo. Preso atto della situazione l’équipe di giovani volontari ha scelto questo luogo di culto per iniziare un percorso di speranza, eleggendolo a simbolo di rinascita nel tentativo di cancellare gli orrori del dominio jihadista. Lo stesso Essam ricorda, avendole vissute in prima persone, le atrocità commesse dagli uomini di al-Baghdadi. «Vogliamo cambiare — ha affermato — la percezione della gente nella regione, e in tutto il mondo, sulla città di Mosul. Vogliamo dire che i cristiani appartengono a questa terra, perché qui hanno una ricca e preziosa storia alle spalle».

Con il ripristino dell’edificio, ha sottolineato Essam, si vogliono inoltre sostenere gli sforzi della locale comunità cristiana nella ricostruzione di immobili, strutture e proprietà storiche, al fine di preparare il terreno per il ritorno di quanti sono fuggiti in passato a causa delle violenze etniche e confessionali. «Vogliamo prenderci cura di loro e dei loro luoghi di culto», ha ribadito.

Fin dalla liberazione dai gruppi armati fondamentalisti, le “braccia di Mosul” hanno fornito assistenza e aiuti, distribuendo anche cibo e beni di prima necessità ai più bisognosi, ricostruendo case, soprattutto quelle appartenenti ai più poveri. Finora sono poche le famiglie cristiane tornate a Mosul, circa cinquanta, sebbene ogni giorno a centinaia dalla piana di Ninive e dai villaggi cristiani molti si dirigono nella metropoli per motivi di studio e di lavoro.

Una realtà che faticosamente ma coraggiosamente sta tornando a una lenta normalità cercando di mettersi alle spalle dolori e tragedie. È ancora vivo il ricordo della strage perpetrata dieci anni fa a Baghdad, da un commando di jihadisti contro la chiesa di Nostra Signora del Soccorso, con 48 cristiani uccisi e ottanta persone ferite. Tra le vittime, due giovani sacerdoti, padre Thaer Abdal, che stava celebrando la liturgia eucaristica, e padre Wassim Kas Boutros, colpiti mentre cercavano di parlare con i terroristi.

Martiri della fede, ricordati di recente in una celebrazione commemorativa dal patriarca di Antiochia dei Siri, Ignace Yussif iii Younan, che ha definito i fedeli barbaramente uccisi «fiaccole della fede che illuminano il cammino delle nostre vite, e accendono in noi il fuoco della carità verso tutti. Il loro sangue si è mescolato al sacrificio dell’agnello sull’altare, e le loro anime salite al cielo ci guardano dall’alto con tenerezza, intercedendo per noi». Sono essi, ha infine aggiunto il patriarca, ad assicurarci che «la loro vittoria finale è per sempre, e che la nostra vera dimora è in paradiso, dove non c'è né pianto, né tristezza, né dolore, ma vera felicità con il Signore e la Vergine, Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, insieme a tutti i santi».

di Rosario Capomasi