· Città del Vaticano ·

Una nuova speranza
per l’Amazzonia

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09 gennaio 2021

L’avvento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti, apre una nuova stagione nella lotta al riscaldamento globale restituendo una concreta speranza di cambiamento.

Nello scacchiere internazionale l’Amministrazione statunitense ha sempre giocato un ruolo decisivo nella definizione delle politiche sul clima. Non tanto perché gli Usa hanno un impatto negativo sull’ambiente secondo solo a quello del Brasile, e sono il primo Paese al mondo per emissioni di Co2, quanto perché il loro imponente peso economico li rende attori imprescindibili di qualsivoglia politica globale. Forse per questo, a dispetto dell’inquinamento prodotto, gli Stati Uniti vantano un impegno ambientale sin dal 1963, quando John Fitzgerald Kennedy tenne un ciclo di conferenze sulla Conservazione del pianeta invitato dal senatore Gaylord Nelson, fondatore della Giornata mondiale della Terra. Sul solco della sfida ambientale raccolta da Jfk si sono avvicendati politici americani di alto profilo, tra i quali vanno certo annoverati: Al Gore — vice presidente nell’amministrazione Clinton, Nobel per la pace nel 2007 per la lotta al cambiamento climatico — e Barack Obama, primo presidente a conciliare gli interessi dell’economia statunitense con la lotta all’inquinamento, e rendere finalmente possibile un accordo mondiale sul clima. A firmare per gli Usa la storica intesa di Parigi fu John Kerry, uno dei più autorevoli testimoni dei sessant’anni di politica ambientalista americana: «Questo accordo è un segno di speranza per le nuove generazioni», affermò tenendo in braccio la nipotina di due anni, Isabelle, mentre lo ratificava come segretario di Stato.

Lo stesso John Kerry amico e sostenitore del presidente Kennedy; lo stesso Kerry finanziato da Al Gore nelle campagne elettorali; l’uomo scelto oggi da Joe Biden per rappresentare la Casa Bianca nelle questioni climatiche.

La coppia Biden-Kerry non sembra intenzionata a perdere tempo se, addirittura un mese prima dell’insediamento al Governo, dichiara l’intenzione di analizzare fino in fondo con il presidente Bolsonaro la situazione dell’Amazzonia. Un atto politico forte, probabilmente volto ad impedire tanto la distruzione dell’ultima grande foresta pluviale, quanto la tragedia umanitaria delle sue popolazioni indigene, se è vero che per la prima volta una nativa americana, Deb Haaland, farà parte del Gabinetto presidenziale con delega al Dipartimento degli interni. «Ritengo che gli americani condividano la convinzione di Sua Santità che tutti noi dobbiamo proteggere la salute del pianeta, sostenere il bene comune… occuparci dei migranti e di tutti gli svantaggiati»: così John Kerry, il 13 marzo 2016, salutava il terzo anniversario del Pontificato di Francesco, poche settimane prima della ratifica di quell’accordo in vista del quale il Pontefice aveva promulgato l’enciclica Laudato si’.

Il nuovo sguardo ambientale della Casa Bianca sembra dunque incrociare quello paterno e profetico rivolto dal Pontefice alla sofferenza Amazzonica, per la quale l’intera Chiesa universale si sta donando con amorevole perseveranza. Ne è un esempio luminoso la Rete ecclesiale panamazzonica nata nel 2014, dall’unione di oltre mille organizzazioni, per creare un modello di sviluppo sostenibile che tuteli il bene vitale della foresta e dei suoi popoli custodi. Una rete di solidarietà che è stata punto di riferimento decisivo nel cammino sinodale della Chiesa fino alla pubblicazione dell’esortazione apostolica Querida Amazonia nel febbraio del 2020. Lavori e testi oggi indispensabili per chiunque voglia affrontare le tragedie che hanno letteralmente stravolto quel paradiso terrestre.

Il prezioso impegno profuso da migliaia di costruttori di pace, è l’unico fattore in grado di colmare la siderale distanza che troppo spesso separa i governi dalle sofferenze dei popoli e degli ecosistemi più fragili. Fino a quando i politici non si avvarranno di questo eroismo silenzioso per stabilire le giuste priorità sociali ed ambientali, il cinismo della finanza internazionale avrà sempre la meglio sulla felicità dell’uomo e sulla bellezza del Creato.

In occasione dell’Earth Day 2019 la Fondazione pontificia Scholas Occurrentes ha portato al Villaggio per la Terra la commuovente testimonianza di Hamangaì, una giovane brasiliana animata da incredibile passione nella difesa del suo popolo e della sua foresta. Dopo aver attraversato l’oceano, questa “Greta delle Amazzoni” ha saputo interrogare il cuore del pubblico presente con domande tanto semplici quanto gravi ed universali: «Da dove provengono il nutrimento e la vita? Dalla Madre Terra o dal denaro? Perché se a nutrirci è la Terra arriviamo a distruggerla in nome dei soldi? Come faremo a vivere quando l’avremo resa sterile?». Il bacino amazzonico conserva più di un terzo della superficie boschiva e delle specie viventi dell’intero pianeta, assieme ad un quinto dell’acqua dolce accessibile. Ricerche scientifiche hanno dimostrato che questa straordinaria ricchezza è frutto della millenaria interazione tra gli indigeni e il grande Rio delle Amazzoni. Dunque la bellezza della foresta amazzonica non è stata solo custodita ma addirittura generata dalla sapienza dei popoli nativi. Il fatto che l’immenso patrimonio culturale delle oltre 380 etnie locali venga trasferito solo verbalmente, attraverso centinaia di lingue oggi in via di estinzione, rende questo equilibrio ancora più prezioso e fragile. Affinché l’Amazzonia non venga distrutta nella sofferenza e le sue culture non vengano condannate all’oblio, è quanto mai urgente una profonda complicità tra politici illuminati e i tanti eroi infaticabili che da Francesco ad Hamangaì si battono ogni giorno per curare il nostro unico pianeta.

di Pierluigi Sassi