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Nel Tigray peggiorano le condizioni della popolazione

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09 gennaio 2021

Nella regione del Tigray le condizioni della popolazione sono peggiorate a causa della guerra. Lo rende noto una relazione delle Nazioni Unite pubblicata il 6 gennaio, secondo la quale metà della popolazione della regione etiope sarebbe in uno stato di urgente necessità in seguito alla guerra scoppiata tra il governo centrale e le milizie separatiste.

Il numero delle persone che avrebbero sofferto di un ulteriore peggioramento delle loro condizioni di vita dall’inizio del conflitto sarebbe di circa un milione e trecentomila, al quale vanno aggiunte le circa novecentocinquantamila che già si trovavano in estrema povertà prima del conflitto. La maggior parte degli sfollati sono interni, mentre, sempre secondo il report, il numero di rifugiati nel vicino Sudan sarebbe di poco più alto di cinquantacinquemila.

La crisi è destinata a peggiorare: gli aiuti richiesti per risolvere questa ulteriore crisi sono circa il doppio di quelli che fino ad ora le organizzazioni attive sul territorio hanno ricevuto. Le operazioni di aiuti che sono gestite dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) in collaborazione con alcuni organi federali etiopi come la National Disaster Risk Management Commission (Ndrmc) e il ministero della Pace, hanno raggiunto solo una parte della regione, trascurando totalmente la parte occidentale e quella orientale.

I motivi di questi ritardi sono da attribuirsi non solo alla continua necessità di fondi, ma anche al fatto che le missioni incaricate di trasportare aiuti hanno affrontato dei contrattempi burocratici imposti a livello locale, nonostante il governo etiope abbia dichiarato la sua massima disponibilità ad azzerare tutte le procedure necessarie per raggiungere quelle zone. L’aspetto più grave di questo fatto è che a due dei campi profughi della regione (Hitsats e Shimebelda) non sono arrivati gli aiuti umanitari richiesti. Secondo alcune fonti etiopi, il blocco sarebbe dovuto all’attività delle milizie separatiste.

Nel resto del Tigray (le provincie del centro-nord) gli aiuti sono stati distribuiti in maniera più rapida anche grazie all’aiuto di ong private. Proprio un volontario di una di queste organizzazioni, la ong Zao, è morto in questi ultimi giorni, mentre, nelle settimane precedenti, altri quattro soccorritori sono stati uccisi.

Nelle zone in cui gli aiuti sono arrivati, è possibile che la situazione possa migliorare, sebbene sia difficile che ritorni a quella precedente al 4 novembre.

Nonostante ciò, il rapporto dell’Onu sottolinea a chiare lettere che gli interventi umanitari devono continuare anche in caso di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, a causa dell’estrema povertà della regione.

Anche la gestione dei rifugiati in Sudan è stata problematica, rende noto l’Unhcr: le autorità di Khartoum sono intervenute solo in maniera limitata per provvedere ai bisogni dei rifugiati, mentre l’organo delle Nazioni Unite ha dovuto provvedere alla costruzione di un secondo campo profughi nella regione del Gedarif, perché il campo di Um Raquba, dove si trova la maggior parte dei rifugiati, aveva raggiunto la sua capienza massima.

Intanto il conflitto non accenna a placarsi. Nella giornata di giovedì sono stati uccisi quattro importanti esponenti del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), tra i quali il portavoce del movimento Sekoture Getachew e l’ex responsabile finanziario del movimento Daniel Assefa, rende noto l’emittente Africa-news. Ma non sono le uniche azioni del governo etiope contro i ribelli. Sempre secondo la stessa emittente, da novembre in poi sarebbero stati arrestati almeno 60 esponenti del Tplf.

L’ultima crisi nella regione settentrionale dell’Etiopia è scoppiata il 4 novembre ed è ufficialmente terminata quando l’esercito di Addis Abeba è riuscito a prendere la capitale della regione Mekelle (dove infatti gli aiuti dell’Onu sono giunti abbastanza facilmente), anche se i media locali hanno riportato il susseguirsi di scontri tra l’esercito regolare e il Tplf anche durante il mese di dicembre.

di Cosimo Graziani