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Appunti di viaggio
Lo Sri Lanka riscopre il “suo oro”: la curcuma

Una spezia per la vita

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08 gennaio 2021

Un pizzico di curcuma è qualcosa che non manca mai in un piatto dello Sri Lanka. La spezia è sinonimo della cucina dell’isola e un tempo le sue piantagioni erano parte integrante del panorama. Poi la guerra civile durata oltre 25 anni (1983- 2009) tra separatisti tamil induisti e governo centrale, espressione della maggioranza buddhista, ha lasciato il Paese in macerie. Nessuno si è più occupato delle coltivazioni, divenute campi di battaglia e tutto è andato in rovina. Del resto, lo Sri Lanka, un mosaico di religioni ed etnie, sta cercando ancora una vera pacificazione: basti pensare alla Pasqua di sangue del 2019, quando in una serie di attentati jihadisti contro le chiese cristiane furono uccise centinaia di persone. Fino a due anni fa, il Paese della curcuma era costretto ad importare 5 mila delle 7 mila tonnellate consumate annualmente. Poi nel dicembre 2019, la decisione drastica del governo di bloccare le importazioni della spezia e contemporaneamente di concedere finanziamenti e aiuti per riprenderne la produzione si è trasformata in una benedizione per i tanti agricoltori ridotti ormai alla miseria. In questo angolo di mondo, la pandemia di covid-19 è stata così accompagnata non solo dal dolore e dalla paura, ma anche da una speranza di rinascita. «Quando il coronavirus è arrivato, pensavamo che per noi sarebbe stata la fine, invece la nostra produzione è andata a ruba, i prezzi sono saliti e la nostra vita è finalmente migliorata» racconta ai giornali locali Dayarathne Bandara, 54 anni, presidente della Cooperativa agricola di Gonagala, un villaggio considerato la capitale delle piantagioni di curcuma. Da anni i contadini avrebbero voluto riprendere la coltivazione della spezia su larga scala ma erano troppo poveri per comprare le sementi e le macchine per bollire ed essiccare le radici. Nel 2018 avevano scritto una lettera al Sapp, un programma del ministero dell’Agricoltura che promuove nuove coltivazioni. In poco tempo sono arrivati i finanziamenti per i primi cento agricoltori. Centocinquanta chili di semi si sono trasformati nel primo raccolto del 2020 in oltre duemila chili di nuovo “oro”. Il Sapp ha allargato l’iniziativa ad altre centinaia di contadini e le sementi saranno distribuite gratuitamente nel 2021. Adesso è però una corsa contro il tempo per riequilibrare con le produzioni locali la penuria di curcuma e il rialzo dei prezzi provocati dall’embargo. Il 2020 è stato un anno di ripresa agricola e allo stesso tempo di espedienti illegali: mercato nero, traffico clandestino dall’India, persino una curcuma falsa, composta di farina di grano colorata, messa in commercio.

La spezia dello Sri Lanka — dicono gli intenditori — ha pochi rivali perché è una varietà che contiene una proporzione maggiore di curcumina, una sostanza usata anche in medicina per le sue proprietà anti-infiammatorie e per curare l’artrite. In cucina poi bastano piccole dosi per dare colore, gusto e profumo a qualsiasi cibo. «Con i primi soldi guadagnati nei raccolti del 2020, alcuni di noi sono riusciti a pagare l’istruzione dei figli, altri a ripianare parte dei debiti, altri ancora a comprarsi una bicicletta», dice Bandara. La riscoperta dell’“oro” di Sri Lanka è stato un dono inaspettato in tempi difficili. In fondo sono bastati piccoli investimenti per far partire un circolo virtuoso e dare futuro e speranza a molte comunità e villaggi, far rivivere la loro terra e la loro identità. Una scelta considerata con orrore dagli economisti neo-liberisti (la sostituzione delle importazioni, in gergo) si è dimostrata una decisione vincente: adesso i contadini della cooperativa di Gonagala sperano che il loro Paese, dopo aver riacquistato l’autosufficienza, possa anche diventare un esportatore di curcuma d’eccellenza. Una vittoria per l’economia che mette al centro la persone.

di Elisa Pinna