· Città del Vaticano ·

«Il concerto dei destini fragili» di Maurizio de Giovanni

Tra tragedia e fortuna

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08 gennaio 2021

«Non ce l’ho un letto – rispose il medico –. Tanto lo sai, i letti prima o poi si liberano. C’è solo da aspettare». Si può pensare a un tutto esaurito da albergo, pensione o garni. Ma in questi tempi è immediato e perturbante il riferimento a un letto d’ospedale, all’idea dell’odierna e intollerante, inarrestabile pandemia di cui tutti ormai più o meno sappiamo.

C’è un romanzo che prendendo a modo suo possesso del problema nello stralcio di vita dei suoi tre personaggi vi porta la stessa storia di insicurezza, sia col senso di una collettiva calamità, di un inatteso e globale flagello, sia con l’attenzione alle loro intime esperienze, ai loro più privati pensieri. Un romanzo che non nominando mai di fatto la peste di questo nostro anno di grazia, la investe di una straziante umanità, dando un cuore a quell’inatteso e inesplorato coronavirus della nostra storia, fuori dal suo contesto clinico ora ignorato, ora minimizzato, ora irriso, pur se discettato da filosofi, pensatori, tutori, virologi e immunologi, citato da estemporanei opinionisti d’accatto.

L’ha scritto Maurizio de Giovanni, calandosi nell’oscurità di quelle risposte delicate e sensibili che solo la buona letteratura sa illuminare, confortata ma non strumentata da realistica ambientazione umana, morale e sociale, da necessari e non retorici dettagli che informano il lettore e lo partecipano della sempre complessa verità medico-scientifica. E intitolandolo Il concerto dei destini fragili (Milano, Rcs, 2020, pagine 155, euro 11,50), mentre sembra ammorbidirne la tragicità, ne rende invece più severo e grave l’annuncio.

Il libro è costruito da una triade di racconti che si susseguono dall’inizio alla fine narrando il quotidiano dei tre personaggi: un anonimo medico trentacinquenne cui sono affidati i quindici letti di un seminterrato per subintensivi; il borghese laureato in diritto societario, colto e agiato, provvisoriamente senza cause né clienti, che staziona nel suo salotto tra un bicchiere e un disco di jazz; una matura donna dell’Est che con le sue sempre più rarefatte entrate di domestica mantiene un compagno senza lavoro e una tredicenne figlia incipiente signorina. Tre fragili destini, appunto, assediati come tutti da un indecifrabile virus che pur senza ancora possederli li tiene in costante paura, in un corrosivo presente senza futuro, in una angoscia da disorientamento e impotenza.

Verrebbe da leggerli in verticale questi tre diari, uno in fila all’altro, tutti quelli del dottore, poi dell’avvocato, poi di Svetlana; ma subito ci si accorge che la stesura orizzontale delle giornate di ciascuno di loro, che ritornano al ritmo di tre, li lega meglio alla disperazione unica della trama: la dura impossibilità di programmare qualsiasi azione o pensiero, la furia del disagio, l’inaccettabile crudeltà del dolore o della morte in chi né l’aspetta né la merita.

Le storie corrono in parallelo, senza interferenze, accomunate solo dal sovrastante incubo della malattia nella sua quotidiana libertà di colpire, ognuna di esse sospesa a una non prevedibile conclusione, ogni volta in bilico tra speranza e lutto, rinascita e sconcerto, tragedia e fortuna.

Il dottore, che vive un suo fallimento amoroso, è già stanco e pessimista di suo ma bravo, equilibrato e disponibile in ogni emergenza, all’altezza della situazione tra allarmi improvvisi, sedazioni inevitabili, colloqui, telefonate, lamentele. Si gioca l’anima piuttosto che trascurare il suo lavoro e il grido di dolore dei suoi pazienti. Ci mette il cuore, organo assente un po’ ovunque ormai, e se dopo le lodi per il suo lavoro lo invitano alla assurda cernita tra malati sacrificabili e no, il suo limpido rifiuto parte da un animo frustrato ma intatto.

L’avvocato è un funzionario chic, buona famiglia, buona educazione ma egoista, lo spirito a pezzi, la vita vuota non solo d’affari causa contagio, ma anche per l’abbandono della sua donna. I disastri dintorno li rimedia con qualche avventura in più, magari anche di droga, frammenti di coscienza lasciati a loro stessi, fino a sognare il rimedio in una grande festa indetta in barba a tutto, sognando di giorno e di notte esaltate elaborazioni oniriche che gli si ritorcono contro sentimenti di rancore e disprezzo.

Fra ricordi di fame e miseria impellente, esce dalla pagina la figura di Svetlana, una donna dell’Est che qui da noi vive con la figlia Sonia, incantevole ragazza, e un compagno rude, senza lavoro, imbarbarito dalla vita e dalle difficoltà. Oltre che del morbo, in attesa di ogni svista e ogni carenza per attecchire, Svetlana si preoccupa delle avances dell’uomo che staziona in casa tutto il giorno. Difficile la vita per tutti, tanto più per una migrante nelle sue condizioni, sia pure con l’incerto aiuto di una sorta di “caporale”, sua lontana parente, ma nella accesa disputa di ogni utilità fra emarginati ed esclusi.

Soprattutto qui, dove si tocca l’aspetto desolato e spietato fino alle soglie della crudeltà di una metropoli dalle mille frange oscure e talora irredimibili, e dove questo recente de Giovanni adombra la Napoli dei suoi ben noti carruggi, dei suoi bastardi: il de Giovanni monolite del giallo italiano, creatore del commissario Ricciardi, dell’ispettore Lojacono, della poliziotta a riposo Sara Morozzi e di Mina Settembre, assistente sociale.

Il de Giovanni di sempre, dhdunque, che non si è affatto messo da parte; qui dove vigerà forse un nuovo lockdown collettivo, momento di verità da accostarsi ai suoi molti e prestigiosi noir, ai suoi mistery, ai suoi police procedural.

di Claudio Toscani