· Città del Vaticano ·

Il Congresso certifica l’elezione di Joe Biden dopo una giornata drammatica per la democrazia statunitense

6 gennaio, assalto
a Capitol Hill

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07 gennaio 2021

Il sole non è ancora sorto di nuovo su Washington in coprifuoco dopo la battaglia del Campidoglio e la vittoria elettorale di Joe Biden riceve il suo sugello all’esito di 21 ore terribili nelle quali la democrazia Usa ha tenuto testa con solidi anticorpi al vento di un’insurrezione che reclamava un esito capovolto.

Se all’una del pomeriggio del 6 gennaio, ora di Washington, le orde invadevano il complesso del Campidoglio con l’intento di impedire con la violenza la certificazione della vittoria elettorale di Biden, alle 3.40 del mattino successivo, il Congresso validava il risultato del 3 novembre dopo quella che è stata una vera battaglia, con quattro morti e 52 feriti. Sangue americano, sparso e versato da americani armati uno contro l’altro nel cuore della democrazia americana. Sollevati l’uno contro l’altro da due mesi di narrazione tossica su un inesistente «furto di elezioni».

All’esito della battaglia del Campidoglio, il presidente uscente Donald Trump, non pare intenzionato ad una radicale inversione di rotta. «È la fine del più grande mandato presidenziale della storia — dice — ma è solo l’inizio della nostra lotta per fare l’America di nuovo grande. Ho sempre detto che continueremo la nostra lotta perché solo i voti legali contino».

Trump pare, dunque, deciso a restare in campo ma la storia delle 21 ore che hanno cambiato gli Usa lo ha visto isolarsi ad ogni passo, abbandonato via via da una serie di fedelissimi: da Stephanie Grisham, portavoce e capo dello staff della first lady Melania, al vice consigliere per la sicurezza nazionale Matt Pottinger. Decisivo è stato «l’indietro tutta» lanciato dal leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnel, che ha sospeso il fuoco della contestazione dei voti Stato per Stato spianando la via alla certificazione finale dell’avvenuta elezione. Perfino i social, al culmine delle violenze, mentre cadeva colpita al collo la manifestante Ashli Babbit, lo hanno bannato. A colpi di tweet, infatti, aveva frustrato il Congresso riunito, mentre c’era chi fra i parlamentari gli teneva testa rispondendo: «Sei finito, la tua eredità sarà terribile. Non stai proteggendo il Paese. Dov’è la Guardia nazionale?».

La Guardia nazionale sarebbe arrivata, alla fine, a proteggere il Campidoglio invaso e devastato fin negli uffici della speaker Nancy Pelosi, portata al sicuro. A prendere il controllo del ponte di comando, sul vascello dei repubblicani, era stato il vicepresidente, Mike Pence. Suo l’ordine, mentre la Cbs riferiva di uno staff presidenziale che — inutilmente — supplicava Trump di stroncare la rivolta usando i suoi poteri. Così, mentre la senatrice Kamala Harris, vicepresidente eletta, veniva scortata al sicuro — probabilmente a fort McNair insieme agli altri leader del Congresso — Pence ha preso il centro della scena. Assumendo un ruolo che lo chiamerà in causa anche nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore: sostituirsi, in qualche modo, al presidente in carica. Rispondendo anche all’appello in tv dello stesso Biden.

La battaglia del Campidoglio ha, così, conosciuto una svolta. Polizia e militari hanno iniziato a bonificare le varie ali del complesso, fino alla Rotonda. Fino a quel momento, al contrario, i manifestanti si erano mossi incontrando la resistenza di un dispositivo che a molti è parso decisamente non all’altezza della giornata che tutti si attendevano di fuoco. Con bandiere, costumi, cartelli (si distingueva un italo-americano che ha scalato la presidenza in abbigliamento da bisonte) gli assalitori hanno preso e tenuto in scacco per ore l’intera struttura, razziando e devastando, scattandosi foto con trofei ed arredi divelti. Culmine della vergogna, la messa in scena per le televisioni, della morte di George Floyd ma a parti capovolte: un bianco si è coricato sulla scalinata ed un uomo, mascherato e guantato di nero, ha ripetuto la manovra micidiale della polizia che ha ucciso Floyd: un ginocchio premuto sul collo, come nell’uccisione del cittadino afro-americano che ha innescato il movimento Black Lives Matter. Un nero uccide un bianco, soffocandolo. L’immagine che rimbalza per il pianeta è l’icona di una giornata innescata dal capovolgimento della realtà sulle elezioni del 3 novembre e che si materializza nel capovolgimento della realtà su una morte atroce, su altro sangue americano. E sulla gestione del dispositivo di sicurezza molti parlamentari ora reclamano un’inchiesta.

Mike Pence, inviando la Guardia nazionale, ed invocando il suo giuramento di fedeltà come vicepresidente («So help me God»), ha messo un piede avanti verso una possibilità inedita, inesplorata e finora giudicata di pura scuola: come muoversi se il presidente non sembra più in grado di gestire la situazione. Davanti all’invocazione di parlamentari e stampa di procedere all’impeachment, davanti ai morti, è chiaro che il problema esiste.

L’ufficio della vicepresidenza starebbe valutando, dunque, la rimozione senza accuse. Cosa che, incidentalmente, chiuderebbe le speranze di Trump di una candidatura nel 2024. Ma che, con ogni probabilità, non significherà la fine del trumpismo.

di Chiara Graziani