· Città del Vaticano ·

È morto a novant’anni il poeta Franco Loi

Il dialetto
per cantare tanta vita

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05 gennaio 2021

L’anno appena iniziato è stato già onerato di facili aspettative, e invece si apre con un doloroso lutto nel mondo della letteratura. È morto, a novant’anni Franco Loi, uno dei grandi poeti del nostro Novecento. La notizia è immediatamente rimbalzata dalle agenzie di stampa ai quotidiani, ma è soprattutto la reazione sui social ad essere sorprendente. Qui si sono affollate numerosissime testimonianze di chi lo ha conosciuto o anche solo occasionalmente incontrato, per dire certamente il grande valore artistico, ma anche e soprattutto per testimoniare una spontanea e incondizionata quantità di puro affetto, per la persona. Negli ultimi mesi ci hanno lasciato attori di grande talento, geniali uomini di scienza, sportivi straordinari, ma mai si è vista una reazione così diffusa di semplicissimo amore. Già, perché Franco Loi sapeva dispensare amore verso il prossimo e verso la vita, con grande generosità. E ne era ovviamente ricambiato. Amava la vita, amava l’altro da sé perché lo conosceva, perché lo accoglieva incondizionatamente. Gli andava incontro per abbracciarlo, per condividerne l’animo profondo, senza riserve e fuori da ogni retorica.

La biografia di Franco Loi è intensa e movimentata. Era stato operaio, contabile, impiegato. Aveva militato nella sinistra extraparlamentare, fino a dissociarsi nettamente e formalmente proprio alla vigilia della stagione più tragica. La sua lungimiranza gli aveva fatto vedere per tempo la deriva più cupa che di lì a poco sarebbe sfociata negli anni di piombo. Aveva visto l’orizzonte più tetro dell’ideologia e si era quindi dedicato totalmente all’arte, alla poesia. Ma la sua poesia era ed è sempre nata dallo stare nella gente, dal confondersi con il popolo, quella massa di uomini e donne che vivono sulla terra, che sudano, imprecano, odiano, amano, si incontrano e si scontrano. Insomma, l’uomo nella sua verità, accolto per quello che è e non per quel che vorremmo che fosse. «L’è ‘me ‘ndà a messa girà sûl per Milan, / un spègg drévia un spègg, ‘n’aqua de sera / quan’ che la lüna s’ciara el fund di sass…» (È come andare a messa camminare soli per Milano, / uno specchio dietro un altro specchio, un’acqua di sera / quando la luna rischiara il fondale dei sassi…).

Il suo primo orizzonte è Milano, la grande metropoli industriale, metafora delle contraddizioni del vivere sociale, ma anche teatro di un’umanità vitale, scanzonata, gioiosa, sofferente. «Sèm ne la lüs e védeum dumâ el scür, / sèm, pes’g che òrb, se fèm purtà dal vent» (Siamo nella luce e vediamo soltanto l’oscuro, / siamo peggio dei ciechi, ci facciamo trascinare dal vento).

Quale linguaggio usare per “cantare” tanta vita ? Loi in realtà aveva ascendenze liguri, la lingua materna non era proprio il milanese, ma Milano era la sua casa. Eccolo allora ricorrere al dialetto, ma non a quello statico degli studi accademici, bensì ad un dialetto contaminato, in continua evoluzione, ricco di inflessioni che derivano da ogni parte della penisola, e soprattutto che si rinnova ogni giorno, proprio come la società si muove nel tempo e nello spazio. La lingua di Loi è il parlato più povero, più “corrotto”, che chiama le cose della vita così come accadono, senza infingimenti letterari. E a sentirlo leggere, con la sua inconfondibile voce, leggera, flautata, quella lingua rivelava la sua intrinseca e tenace musicalità. Come a dire che anche le cose più dolorose, le più grevi, esprimono una loro armonia, in quanto svelano la vita. «Ah ciàppum de’ de tì, aria che passa, / che mì de mì me sum sdementegâ!» (Ah, prendimi dentro di te, aria che passa, / che io di me mi sono dimenticato).

Davvero tanto ci sarebbe da dire della poetica di Loi, delle numerose raccolte, da I cart e Stròlegh degli anni Settanta, arrivando a Teater, L’angel, Amur del temp, Voci d’osteria. Ma adesso mi viene alla mente prima di tutto l’immagine di un uomo che era tutt’uno con la sua poesia. Franco aveva lo straordinario potere di guardarti dentro. Ti fissava negli occhi, con quei suoi occhi dolci e penetranti e ti leggeva nel cuore. Ho visto più volte persone che aveva appena incontrato, rimanere attonite e spiazzate di fronte a quella incredibile capacità di penetrare lo sguardo e entrare nell’animo.

Ho avuto la fortuna di incontrare Franco all’inizio degli anni ’90 e poi il privilegio di frequentarlo. A lui devo il mio primo apprendistato poetico, sempre da parte sua autenticamente generoso. Prima di frequentarci con più assiduità, ci siamo scambiati tante, lunghe lettere. Conservo le sue che per me erano vere e proprie lezioni, di vita e di poesia insieme (proprio non saprei scindere le due cose). Così mi scrive nel 1993: «È proprio vero che, quando un uomo si dedica a sé stesso, alla propria anima, e confida in Dio, si aprono spazi e possibilità. La poesia non è soltanto un fatto letterario, ma un frutto del “sentire” umano, della sua intuizione e della sua modestia e capacità di offerta». E alla mia smania di fare emergere le emozioni dal subconscio o dall’inconscio, risponde: «Ma sappia che la poesia non è che un tramite. Non un fine. La cosa più importante è orientarsi verso Dio. Impariamo a donargli la vita, il nostro fare, i nostri desideri, le sofferenze. Non ci deve essere narcisismo nel bisogno di dire. Anche la poesia non è un prodotto del nostro ingegno, ma l’effetto del nostro rivolgerci a Dio».

Franco Loi per i tanti che oggi lo abbracciano è la voce libera e la presenza potente di una luce che sa tutto vedere, tutto abbracciare, tutto cantare. «Sono lì che guardo il mondo e vedo Dio, / lì, come l’ombra d’un fiato, d’un fumo, / una luce che si fa luce nel muoversi d’una foglia, / nel farsi colori dell’iride nuvole e balconi…» (Sun lì che vardi el mund e vedi Diu, /lì, cume l’umbra d’un fiadà, d’un füm, / ‘na lüs che se fa lüs nel möv ‘na föja, / nel fàss culur de l’iri niul e balcun…).

di Nicola Bultrini