· Città del Vaticano ·

Gli abitanti dell’isola di Sein in un film di Delannoy uscito settant’anni fa

Senza un prete

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04 gennaio 2021

Tra i tanti film oggi poco ricordati crediamo vada annoverato Dio ha bisogno degli uomini di Jean Delannoy, distribuito in Italia nel dicembre 1950. Siamo a metà dell’Ottocento e protagonista di questo film corale è la comunità della piccola isola francese di Sein, di fronte alla Bretagna, una lingua di terra sferzata perennemente dal vento, dai temporali, e dalle alte ondate dell’oceano Atlantico in cui nessun prete cattolico desidera esercitare il proprio ministero.

Alla morte del parroco Jean Marie Kervadec, il vescovo ne invia un successore, ma dopo alcun mesi anche questo lascia Sein, inorridito dal comportamento degli isolani. Essi, pur non saltando la messa della domenica, violano sistematicamente i dieci comandamenti. Poi si confessano. Il maggiore peccato è l’omicidio: fanno naufragare le navi durante le tempeste notturne attirandole con dei fuochi sugli scogli. Uccidono l’equipaggio e si spartiscono la refurtiva. La giustificazione è la povertà in cui versa la comunità, il duro clima cui è sottoposta. Credono che Dio si sia dimenticato di loro e, dunque, si arrangiano come possono. In assenza del parroco assume un ruolo importante il sagrestano, Tommaso (Pierre Fresnay) che la comunità vorrebbe diventasse ministro dei sacramenti. «Perché non ci aiuti? Dacci il Signore!», gli grida una donna. Tommaso, inorridito, protesta e si rifiuta cercando di mantenere solo la preghiera comunitaria. I fedeli, in chiesa, immergono la mano nell’acquasantiera vuota da mesi e si segnano. Qualcuno vuole confessarsi, come sua cognata Giovanna, in preda alle doglie del parto, «perché sono in peccato mortale!», gridando di dolore, lo supplica: «Se muoio vado all’inferno! Sarai responsabile!». Tommaso cerca di opporsi ma poi cede, ascolta i peccati della cognata e le dice: «Ti sei pentita, sei perdonata». È la bontà e la tranquillità di Tommaso che finiscono per proiettarlo sempre più, per una comunità che ha un bisogno disperato di Dio, nel suo nuovo ruolo, non voluto, di curato finché non arriverà il nuovo parroco mandato dal vescovo.

Con Dio ha bisogno degli uomini Delannoy gira un film atipico nel panorama della produzione commerciale del tempo ma che oggi ha ancora molto da dire. Tratto dall’intrigante romanzo Un recteur de l’île de Sein (1944) di Henri Queffélec, ispirato da un fatto accaduto, il messaggio del film ruota intorno alla frase cardine del romanzo che Tommaso grida, quasi arrabbiato, nella chiesa vuota, rivolto al Crocifisso: «Tu per diventare Dio ti sei fatto uomo! Non puoi abbandonarci, Tu hai bisogno di noi uomini!». Affermazione che non vuole essere blasfema, ma in forma iperbolica ribadire il dogma contenuto nel Credo, «vero Dio e vero uomo». Ossia che «Dio non può essere Dio senza l’uomo» (Papa Francesco, udienza 7 giugno 2017).

Delannoy, inoltre, sul piano dell’estetica filmica, inventa una “regia teologica”. Ogni volta che Dio viene chiamato in campo nelle “omelie” di Tommaso opta per riprese dall’alto verso il basso (sono demi-plongée): è il “punto di vista” di Dio, il Suo sguardo (se ne ricorderà Juilien Duvivier nel primo film su Don Camillo e Peppone, 1952). Oppure, quando i paesani si recano a messa, la camera carrella a precedere o a seguire, accompagnandoli, come in una sofferta via crucis.

La resa del film gode anche della superba interpretazione di Pierre Fresnay, adatto nei panni del religioso, padrone, come pochi attori, d’una polifonica mimica facciale. Si supererà nel magnifico Lo spretato (1954) di Léo Joannon, formando così con questo di Delannoy un imperdibile dittico. Il film ottenne a Venezia il premio della giuria internazionale della critica cattolica (Ocic) ed ebbe recensioni positive anche da non credenti, come Ennio Flaiano, che — da fine scrittore e futuro sceneggiatore — ne apprezzò la scrittura e l’uso originale della macchina da presa. Altri ci videro un inizio protestante e una chiusa cattolica, ma si sbagliavano. Il film di Delannoy è il grido di Giobbe, condotto con drammaticità e garbo allo stesso tempo, all’interno del rispetto della tradizione cattolica e dei sacramenti, soprattutto dell’eucaristia, che per Tommaso può consacrare solo un ministro di Dio. Rivedere oggi il film di Delannoy, durante questa pandemia, quando in alcuni momenti ci sentiamo abbandonati da Dio, ci farebbe bene, capiremmo che Lui ci è vicino, e in qualche modo misterioso, ha “bisogno” di noi.

di Eusebio Ciccotti