· Città del Vaticano ·

Lettere in ricordo di due sacerdoti

Incontrare Cristo

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04 gennaio 2021

Cosa significa la frase «A Natale viene Gesù»? A volte per comprenderne il significato serve il dolore. A pensarci bene, come possiamo comprendere l’utilità della venuta di Dio senza partire dal nostro dolore? A volte è la morte di un amico il varco da attraversare per rileggere un fatto che ha portato nella nostra vita ciò che il cuore già sapeva senza conoscere ancora. Mi imbatto in due lettere di due donne per le quali tutto questo è successo. Due testimonianze legate alla morte di due sacerdoti, don Luigi Menci, parroco a Foiano della Chiana (Arezzo), e don Antonio Maffucci, rettore del santuario dedicato al beato Rolando Rivi a Castellarano (Reggio Emilia), dopo aver vissuto a Milano, Pescara e Grosseto. Don Luigi è morto a 73 anni il 4 ottobre scorso dopo una lunga malattia, don Antonio a 71 anni il 27 novembre, di covid. Due sacerdoti, due incontri che hanno illuminato la vita di tanti perché portatori di una luce alta e altra.

Parlando del suo incontro con don Luigi, Nina scrive: «Non essendo cresciuta in un ambiente cristiano, non esisteva Dio, non faceva parte della nostra vita, non era reale, ma astratto. […] Mi ci voleva un avvenimento, un incontro speciale per poter dire “sì” al mio desiderio di totalità, di Dio. […] Sono stati occhi concreti che mi guardavano, è stata una bocca concreta che spiegava, sono stati abbracci veri di un uomo reale, di don Luigi, a farmi iniziare un cammino. Un cammino che mi ha portato al battesimo. […] La prima volta (che incontrai don Luigi) era in una situazione di lutto. È venuto a casa nostra per fare le condoglianze, mi ha visto e ha capito subito. Il suo primo abbraccio: “Ti senti sola. Ma non sei sola”. E nasceva un seme di speranza che Dio esistesse, anche per me. La seconda volta — lo incontrai in paese — mi disse solo “che gioielli!”, e guardava con uno sguardo dolce i miei figli e me, tanto che non sono riuscita a rispondere a tanto. La volta dopo l’ho incontrato dal medico e sentivo che avevo bisogno di parlargli. Allora mi invitò a passare da lui per parlare quando avremmo avuto entrambi un po’ di tempo. Che incontro! Un incontro che mi ha cambiato la vita. Lui ascoltava, chiedeva, spiegava, c’era, era totalmente presente, gratuitamente, mi regalava il suo tempo, nonostante stesse male. Gli spiegavo che non riuscivo a credere, ma che avrei voluto, e che questo conflitto mi faceva soffrire. “Perché piangi?”, mi chiese. “Non lo so, forse perché questa domanda mi sta a cuore”, risposi. Non disse niente, ma mi guardava. “Come fa a credere, a essere sicuro che Dio esiste?”, chiedevo. “Ti parla attraverso di me.” Mi spiegava che dovevo partire da Gesù, che dovevo leggere il Vangelo. Mi leggeva quello del giorno: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Matteo, 7, 7)». Essere abbracciati dal Signore, immeritatamente, se non per il fatto di desiderare qualcosa che possa accogliere la propria umanità così come è, piena di riflessi e di ferite. La stessa esperienza di Sara, che parla così del suo incontro con don Antonio: «Era il settembre del 1992 e io avevo 16 anni. In uno scantinato scassato e scrostato del seminario di via Ferrucci entrai mentre un prete stava dicendo: “Quello che Leopardi, più grande, più meritevole di noi, ha desiderato tutta la vita, noi l’abbiamo incontrato e si chiama Gesù Cristo!”. Non me ne andai più via. Qualcosa in me aveva risuonato. […] Avevo poche certezze, ma una di queste era che Leopardi mi era amico più di un compagno di banco, perché aveva domande che anch’io mi ponevo, senza poterle dire a nessuno. Invece in quello scantinato imparai che si poteva essere se stessi, che si potevano mettere a tema quelle domande esistenziali che tanto urgevano nella vita di un’adolescente come ero io. Quelle domande scomode che le altre amiche che avevo avuto fino a quel momento liquidavano con una pacca sulla spalla dicendomi: “Non ci pensare, vedrai che domattina sarà passato!”. Quel prete che invece ne parlava, le metteva a tema e soprattutto diceva a noi giovani che non eravamo sbagliati perché ce le ponevamo. In quel settembre 1992 cambiò la mia vita. Io, proveniente da un cristianesimo all’acqua di rose, consumato dalla tradizione, inincidente, scoprivo con meraviglia sempre più grande che Cristo c’entrava con tutto. Con le mie domande, con i miei dubbi, con le mie esigenze, con lo studio, con gli autori che tanto amavo e che avrei amato ancora di più, con la vita insomma. Con la vita e con la morte. In tutto scoprendo quanto essere cristiani non fosse da sfigati, ma da gente che non vuole scordare nulla di sé e della propria umanità. Scoprimmo con Maffu (così i ragazzi chiamavano don Antonio, ndr) la dimensione culturale in senso ampio: un giudizio su tutta la realtà che avevamo intorno senza dover censurare nulla. Quell’amicizia aveva svelato nel tempo il senso per il quale fino a quel momento da adolescenti avevamo fatto le “vasche” avanti e indietro per il corso tutti i sabati pomeriggio: una fame e una sete di infinito che non ci toglievamo di dosso e che Maffu ci svelò essersi incarnata e che era ora sperimentabile».

Incontri, quello di Nina con don Luigi e quello di Sara con don Antonio, che testimoniano come Cristo venga per dare gusto alla vita, di come abbia bisogno degli uomini per rendersi presente agli altri uomini e dare luce al loro cammino, anche quando la strada sembra essere oscura. Gesù nasce nell’ora più buia e niente con Lui avviene per caso.

di Alessandro Vergni