· Città del Vaticano ·

Cambio di passo

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02 gennaio 2021

Il Santo Padre lo aveva detto e ripetuto più volte nel corso di questo lungo anno 2020 ormai concluso: la crisi ci trasforma, alla fine della crisi siamo diversi da come eravamo prima, migliori o peggiori, ma diversi.

L’ultimo giorno dell’anno una dolorosa sciatalgia ha bloccato il Papa che non ha potuto presiedere ai riti di fine e di inizio anno. Non è una novità questa della sua sofferenza al nervo sciatico ma la coincidenza temporale colpisce e fa risuonare il piccolo e semplice episodio “clinico” trasportandolo ad un livello simbolico. Il pensiero vola al testo biblico e in particolare alla sciatalgia che colpisce Giacobbe al termine dell’incontro-scontro notturno con l’angelo del Signore al guado dello Yabbok. È l’episodio della lotta di Giacobbe con Dio (Genesi 32, 23-33), un «avvenimento misterioso» come ha osservato Romano Guardini, che «affonda nella memoria e vi rimane impresso. Forse non lo si capisce, oppure si sente che è pieno della realtà più sacra. Ci si riflette, lo si tira fuori e vi si trova sempre ancora qualcosa in più». Al termine dell’episodio, dopo la strenua lotta notturna, arriva l’alba e con lo spuntare del sole si vede che Giacobbe zoppica all’anca «perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico». La lotta, un serrato corpo a corpo ricco di colpi di scena, si è svolta lungo la notte, quando «Giacobbe rimase solo».

Questo 2020 è stata la lunga notte in cui l’umanità si è trovata sola, a combattere una strenua lotta di cui soltanto in questi ultimi giorni si può intravedere la fine, il nuovo spuntare del sole. Di quest’anno tutti ricorderanno le immagini del 27 marzo, con il Papa da solo sotto la pioggia nel tramonto di una sera buia uscito nella desolazione di piazza San Pietro per supplicare il Signore, quasi come Noè che sotto il diluvio chiede salvezza a nome di tutti. Papa Francesco come Noè, ma ora anche Giacobbe, che cammina alla luce dell’alba con un senso di forza e di fiducia in più perché ha chiesto e ottenuto la benedizione da parte dell’angelo del Signore e ha ascoltato le sue parole: «Hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». Non è lo stesso Francesco di prima, di un anno fa, così come fu per il patriarca biblico (al quale Dio ha cambiato anche il nome da Giacobbe a Israele), e tutti e due zoppicano. Hanno dovuto cambiare il passo. È la crisi che costringe a questo: è il tempo propizio per il cambiamento, per la conversione. Un cambio di passo; di questo c’è bisogno per varcare la soglia di un tempo inedito, promettente di nuova luce. Solo cambiando il passo, il modo abituale di camminare, si può vedere il mondo da un’altra prospettiva. Chi si ostinerà a camminare come faceva prima rimarrà rigido di un rigor mortis, chi invece riconoscerà che la crisi è giunta e scompigliandoci ci ha segnati tutti, senza distinzioni, allora vivrà.

C’è una “spia” che segnala se questo passaggio è veramente accaduto in profondità o è stato solo un fatto emozionale e superficiale e anche questo particolare scaturisce dall’episodio biblico: la “spia” è il nostro rapporto con i fratelli. Giacobbe sta lì, da solo, al guado del fiume, nell’angoscia dell’imminente incontro con il temuto fratello Esaù. Solo dopo l’incontro-scontro con Dio potrà abbracciarsi e riconciliarsi con il fratello. È la strada che ci indica Papa Francesco con l’enciclica Fratelli tutti, pensata prima ma finita di scrivere durante la pandemia: nel momento della crisi la via d’uscita è quella di chiedere la forza a Dio per aprirsi agli altri, prendersi cura dei fratelli spezzando le catene del vittimismo e del narcisismo. Saremo curati se ci prenderemo cura degli altri. C’è un guado da attraversare davanti a noi e lo si può fare ma solo se siamo pronti a questo doloroso e vitale cambio di passo.

di Andrea Monda