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In letteratura

Gertrude
ma non solo

Monaca di Monza ne «I promessi sposi » illustrati da Francesco Gonin (1808 - 1889 ) (Wikimedia Commons)
02 gennaio 2021

Le religiose protagoniste di grandi romanzi


Gertrude e Maria. In Italia qualsiasi discorso sulle religiose in letteratura ruota intorno a una polarità, quella che oscilla tra la potente figura della monaca di Monza de I promessi sposi e la desolata protagonista di Storia di una capinera. Entrambe monache forzate.

Da sempre la dimensione tragica di una vita devastata da una scelta imposta, e quindi crudele, è preponderante e prepotente nella letteratura. Ciò nonostante sono solide e vigorose nella vita della Chiesa le storie di donne che sottraendosi alle politiche ambiziose della famiglia, spesso incoraggiate da madri e sorelle consapevoli dell’alienazione di una vita matrimoniale imposta con la forza, pretesero il diritto a un’alternativa conforme alle loro aspirazioni. Santa Chiara per tutte.

La fama di Gertrude è senz’altro legata alla centralità del romanzo di Alessandro Manzoni nella letteratura italiana, oltre che nella storia della lingua; ma anche la Capinera è un personaggio che quasi tutti conoscono, a prescindere dall’effettiva lettura del romanzo di Giovanni Verga, e che si impone nell’immaginario per la struggente desolazione del suo destino senza appello.

Non potrebbero essere più diverse una dall’altra. Tanto Gertrude è creatura lavica e corrotta dal peccato, sulfurea e capricciosa, quanto Maria è lattea, virginale, animata da un sentimento panico verso la natura. Nera Gertrude, e senza redenzione, nivea Maria, docile come un agnello, e così rassegnata da non accennare nemmeno al gesto di togliere la testa dal cippo.

Sono diverse per carattere, per disavventure biografiche, per l’epoca e i luoghi in cui vivono - l’una nel Seicento milanese, l’altra nell’Ottocento siciliano- per la provenienza sociale, ma hanno due cose in comune. La prima è il denominatore fisso di questa tematica letteraria, onnipresente in tutte le epoche, e cioè la monacazione forzata imposta dalle famiglie.

La seconda è conseguenza diretta della precedente: l’impossibilità di sottrarsi alla volontà degli uomini che dispongono del loro destino in modo spietato, come fossero cose, oggetti di natura funzionale da utilizzare esclusivamente secondo logiche di profitto o convenienza. Sono i padri, ma a volte anche le madri, le matrigne, i fratelli, le sorelle, che intervengono in un vero e proprio lavaggio del cervello, soprattutto nel caso di Gertrude. Perché a differenza di Maria, che è umile e vulnerabile ma intuisce presto la forza delle maglie che le si stringono attorno, Gertrude, certo più aspra e superba, è quella che subisce inconsapevole il peso di un’educazione spietata, e che viene convinta con tutti gli artifici a credere di desiderare ciò che non le corrisponde, secondo un modello pedagogico che susciterebbe perfino ammirazione per la sua efficacia, se solo si potesse prescindere dalla ferocia che lo anima.

Il destino di Gertrude si apre e si chiude intorno a una frase, la più nota della storia che la riguarda: e la sventurata rispose. Come spesso accade con autori della grandezza di Alessandro Manzoni, la perifrasi ha un senso molto più ampio di quello riferito al contesto in cui viene pronunciata. Nel romanzo coincide con l’atto che perde Gertrude per sempre, ascoltare la voce e le parole melliflue dell’amante Egidio invece di ignorarle come il suo stato monacale esigeva, e rispondergli. Ma sono anche l’epitome di un destino più ampio e pervasivo rispetto ai limiti dell’episodio. La sventurata risponde non solo a Egidio, ma all’intero piano della famiglia su di lei, e comincia a farlo molto prima dell’incontro con l’uomo, tragicamente strumentalizzata ad accettare l’esproprio del suo destino a favore dell’interesse di quelli che più di tutti avrebbero dovuto proteggerla e amarla. In questo sta la tragedia e più ancora la modernità. Cambiano i contesti, non la natura delle relazioni. Non c’è dolore più lancinante di quello che viene dal tradimento di coloro che avrebbero dovuto prendersi cura di noi.

Il destino di prigionia e infelicità che tocca le donne monacate a forza è un tema che ha una fortissima centralità in tutta la letteratura dedicata alle religiose. Ne abbiamo esempi potenti, non di rado di natura autobiografica. I misteri del chiostro napoletano, pubblicato nel 1864, della scrittrice Enrichetta Caracciolo monacata giovanissima a tradimento a Napoli, nella chiesa di San Gregorio Armeno, che dopo esserci liberata dei voti diventa patriota devota a Giuseppe Garibaldi e sostenitrice dei diritti delle donne; e due secoli prima Le lettere di una monaca portoghese, di autore anonimo, pubblicate la prima volta a Parigi nel 1669, che esplorano le implicazioni erotiche e sensuali delle prigioniere sedotte in convento; o la storia di Suzanne, La Religieuse raccontata da Denis Diderot (il romanzo pubblicato postumo nel 1796), che nei primi capitoli richiama la dolcezza candida della Capinera di Verga, ma poi si rivela donna di tutt’altra tempra, determinata a decidere per sé a qualunque costo.

Per imbatterci in un punto di vista diverso dobbiamo sollevare lo sguardo molto prima o molto dopo quest’arco cronologico. Da una parte il Novecento e il XXI secolo, dall’altro il Medioevo. Una suora è presente in un racconto degli esordi di due scrittrici italiane, di cui una già pienamente compresa nel canone e una in attività: Elsa Morante e Rosella Postorino. La prima con Le ambiziose, pubblicato sula rivista Oggi nel 1941, e la seconda con In una capsula, che fa parte della raccolta Ragazze che dovresti conoscere, uscito nel 2004. Hanno molto in comune, sia perché raccontano due donne di forza cristallina che abbracciano la scelta di fede radicale con determinazione priva di ombre, sia perché entrambe mettono in il loro volere con il corpo, e per esteso con tutti i sensi. La monaca della Postorino si sdraia in preghiera nella navata per fondere in sé il marmo e la carne. Concetta invece, la protagonista del racconto della Morante, è abbagliata dall’estetica del sacro che le riempie gli occhi pieni solo della solennità delle cattedrali, i gigli, le fiamme dei ceri, le leggende istoriate sui vetri.

Due uomini privilegiano invece una diversa rappresentazione della loro anima. Guido Piovene e Giovanni Arpino sono gli autori, rispettivamente di Lettere di una novizia, del 1941, e de La suora giovane del 1959. Solo il primo riprende in modo rigoroso il tema della malmonacata. Ma indipendentemente dal desiderio di prendere i voti – all’apparenza la protagonista di Arpino, Serena, entra in convento spontaneamente, non è comunque una scelta di fede, piuttosto di necessità -, quello che hanno in comune è la malizia. Un tratto negativo e disturbante che non può essere comparato alla dimensione tragica di Gertrude, ma è piuttosto un carattere artificioso, una furbizia di matrice dozzinale, più opportunistica nel caso del romanzo di Arpino, in cui Serena si limita ad abbindolare un uomo con l’obiettivo di sistemarsi, più cruda in quello di Piovene, che disegna una donna, Rita, che sfugge ad ogni responsabilità fino ad arrivare al delitto.

Ma insieme a tante donne obbligate a entrare in un chiostro detestato ci furono quelle che fecero il percorso al contrario. La letteratura medievale ne è piena.

La Legenda Sanctae Clarae Virginis, attribuita a Tommaso da Celano è un testo ufficiale, commissionato da un papa, composto a scopo educativo e devozionale, e proprio per questo tanto più sorprendente. La prosa curiale e canonica vibra innervata dalla risolutezza impetuosa di Chiara, che in più punti buca la superficie della retorica del genere agiografico - verrebbe da pensare senza che l’autore nemmeno se ne accorga - per rivelare con la forza di un’ustione la natura ignea della protagonista. C’è un gesto, un atto fra i tanti della biografia di Chiara d’Assisi, che non mi sembra affatto inappropriato definire politico. Quando gli uomini della famiglia, infuriati, arrivarono al monastero dove si era rifugiata dopo la fuga, ben decisi a riportarla indietro, le minacce non riuscirono a smuoverla. E neppure ottennero nulla le urla, o la violenza, o l’ottuso rifiuto di capire. Ma dovettero fermarsi e desistere di fronte a un atto senza parole. Chiara si aggrappò all’altare con tutte le sue forze, e scoprì il capo mostrando la tonsura, i capelli che Francesco d’Assisi le aveva tagliato alla Porziuncola per sancire il nuovo status di penitente consacrata. Fu quello che li mise a tacere. La coincidenza fra fede e scelta, fra corpo e volontà, fra anima e ambizione. Quel gesto disse a tutti: io sono questo. E senza questo non sono. Rispettate la mia volontà.

di Emanuela Canepa

L’ultimo libro scritto è «Insegnami la tempesta» (Einaudi, 2020). Una delle tre protagoniste è una suora, Irene, un personaggio che incarna incarnare tanto l’idea di forza che quella di maternità spirituale. Mentre ne scriveva l’autrice ho tenuto ben presente Teresa Forcades, la monaca catalana è benedettina, mistica, attivista, medico, creatura del chiostro e al tempo stesso aperta al mondo, perfino nelle sue istanze più estreme.