· Città del Vaticano ·

In difesa di una tradizione che fa diventare una semplice storia un canto omerico

Rimarrà il paese?

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29 dicembre 2020

L’altro giorno, al mio paese, è morto un uomo. Ne hanno parlato i giornali e la televisione, perché quest’uomo è morto travolto dall’acqua in un canale ingrossato dalle piogge, mentre cercava di dare una mano a liberare il fosso dai detriti che lo ostruivano. La povera gabbia di parole che si chiama “notizia” si è dissolta molto presto. Ma il suo posto (benedetti social!) è stato preso, davanti ai miei occhi, da una accensione corale e spontanea di piccoli racconti: ognuno dei miei contatti paesani aveva il suo ricordo da fissare, il suo aneddoto da condividere, il suo elogio da appuntare.

Io, quell’uomo, non lo conoscevo. O meglio: lo “sapevo”, ma non lo “conoscevo”. L’avrò visto mille volte davanti al bar sotto casa mia, piantato a gambe larghe a fumare, lunghi capelli ricci neri, volto da falco. A volte mi percepiva, affacciato al balcone dello studio di mio nonno, e alzava la testa guardandomi un istante, con un sorriso di bonaria malizia.

Si intuiva che era un po’ un personaggio, con quel look a metà fra il biker e il cugino di campagna: in che misura, l’ho compreso solo in questi giorni. Ho appreso storie di emigrazioni e ritorni, incontri, motori, amori, amicizia, “fatti” epici, zingarate, perfino una improbabile avventura imprenditoriale sotto il nome (tutto un programma) della “ditta Indio”. Quelle storie che nelle lunghissime sere al bar, nei lunghissimi pranzi con gli amici, di narrazione in narrazione diventano canti omerici. Insomma, l’uomo, chiamiamolo l’Indio (ma non era questo il suo soprannome principale...), amico di tutti e da tutti considerato amico, era uno dei protagonisti della mitologia del paese.

È cambiato, il paese: le avventure non sono più popolate dai mulattieri dai lunghi mantelli e dai facili coltelli dei tempi dei miei bisnonni; non parlano di lupi, boschi, gelo e briganti, ma di lunghe rocambolesche macchinate da e verso il nord, di concerti e partite di calcio, di sere in discoteca, del lavoro e soprattutto della sua mancanza; di birra e non (solo) di vino.

È rimasto sempre lo stesso, il paese: muta la scena, i costumi, ma la materia del racconto è sempre quella. Soprattutto, il racconto è ancora vivo: continua a tessersi, ad avviticchiarsi come il fumo delle sigarette sotto le lampade gialle e basse, al bar (che era, prima, l’osteria). Al paese si narra, si affabula, si tramanda.

Dicono che in paese si è conformisti e retrivi; tutti spinti a vivere entro una rigida e grigia medietà, oppressi dallo sguardo giudicante degli altri. Io dico che non è vero, anzi che è l’opposto. Il paese è un carro di Tespi abbarbicato alla cresta del monte. Tutti hanno una storia di cui possono essere gli eroi. Intorno ai tavolini consunti o alle tavolate del Ferragosto in campagna, ognuno ha diritto a scrivere il suo capitolo, purché poi lasci ad altri di abbellirlo, tradirlo, musicarlo, riderci o piangerci su.

La paura della morte si affronta, credo, in due modi: distraendosi, ottundendosi — scappando — oppure narrando e danzando, ossia combattendo (si sa che la morte si ferma davanti ai racconti, alla musica, alla danza: d’altronde, Colui che ha vinto la morte non si è affidato alla nostra volontà di prestar fede a dei racconti?). Ma se questo è vero, il paese è una nave dei folli in costante rotta verso Gerusalemme, per combattervi la sua crociata contro la morte. In una perenne commedia, il paese ci offre una libertà da teatranti, sia pure, una libertà da bambini che giocano, forse da illusi: ma che è premessa per qualcosa di più vasto. E d’altronde anche questa libertà, troppe volte, è negata nell’anti-orizzonte grigio e cupo dei casermoni.

Ma rimarrà, il paese? Se quelli come l’Indio vanno via, con che storie riempiremo le lunghe sere gialle? Già non ci siamo più, intorno ai tavolini d’inverno e sotto le nuvole veloci del cielo agostano. Siamo sperduti e frantumati in mille grandi città, «mentre [sentiamo] d’attorno al lago ghiaccio questa lingua straniera» (Ghiorgos Seferis). Rimarrà, il paese? O gli unici racconti che si sentiranno saranno sussurri, confusi col vento, come nel Nord desolato di Tolkien?

Dicono che la religione di Cristo sia nata per le metropoli e le plebi urbane. Non lo so. Mi piace pensare che sia per tutti. E fra qualche giorno la solenne liturgia ci ricorderà, come ogni anno, che in effetti quella Storia è iniziata in un paese, un paesello anzi; e che i primi a viverla, e credo pure a raccontarsela, furono pastori. Finché Cristo tornerà a nascere per noi, finché torneremo a quel Racconto, ci sarà il paese.

di Giulio Stolfi