· Città del Vaticano ·

«L’appello» di Alessandro D’Avenia

Una rete fatta di perché

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
28 dicembre 2020

Torna a parlare di scuola Alessandro D’Avenia e lo fa con una storia originalissima, a tratti poco realistica, ma non inverosimile. Un professore di scienze, quarantacinquenne, torna a insegnare dopo anni in cui aveva abbandonato il mestiere. Gli viene affidato l’incarico di supplente in una ultima classe di liceo, l’anno dell’esame di maturità. Dieci alunni difficili, problematici, ribelli tanto temuti perché irritanti, pieni di umori rabbiosi e tristi. Nessun insegnante regge a lungo questi ragazzi e per Omero Romeo, questo il nome del professore, sarà una prova dura. Il preside è preoccupatissimo e lo mette in guardia anche perché il professor Romeo è cieco ma non sembra dar molto peso a questa sua condizione. È ironico, colto, determinato e una collaboratrice scolastica intelligente ed empatica lo aiuterà a inserirsi.

Questo l’avvio de L’appello (Milano, Mondadori, 2020, pagine 348, euro 19) e di un’avventura con la classe. Il rito dell’appello è fin dalle prime battute il momento fondante nel rapporto che Omero Romeo vuole stabilire con i suoi allievi. Significa pronunciare ad alta voce, giorno per giorno, il nome dei ragazzi, e così “battezzarli” perché da un insieme di fonemi e da numero sull’elenco diventino ognuno un volto, una storia, una voce.

Omero sa, come chiunque abbia svolto con passione il mestiere di insegnante, che in un’aula si lavora sui perché, sulle domande più che sulle risposte, si lavora innanzi tutto a creare una relazione perché credi davvero che la vita è innanzi tutto relazione. Se non srotoli questa rete tra te che insegni e i ragazzi che hai di fronte potrai essere bravo, colto, simpatico quanto vuoi. Ma non basta. Devi riuscire ad “andare a tempo”. «La classe, ci piaccia o no, è il luogo dove siamo chiamati ad accordarci» dice Omero Romeo. Si tratta quindi di sintonizzare i cuori su quella danza ritmica che, sola, potrà permettere scambio, conoscenza, ascolto reciproco.

Non è una necessità sentimentale, è condizione perché si attivino le sinapsi, quindi anche questione di scienze esatte. Omero sa gettare le basi perché la rete si tenda e regga, è capace, è resiliente, è curioso, sa ascoltare. Con gli allievi parleranno di sé, della loro vita, dei buchi neri, di fisica quantistica, di Dio e di molto altro. I ragazzi — ognuno un nome, una storia, un assillo, un dolore — rispondono alla voce che li appella e la scuola sarà per tutti un tempo pieno di vita, un’avventura.

di Giulia Alberico