· Città del Vaticano ·

Roma città aperta
E solidale

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28 dicembre 2020

Urbi et Orbi. Stavolta più che mai la parola e la benedizione del Papa hanno raggiunto “la città e il mondo”, anche se il finestrone che dà sulla loggia centrale della basilica Vaticana è rimasto chiuso.

Francesco era lì, a pochi passi da quel finestrone, a consegnare e affidare il suo messaggio proprio dall’aula della Benedizione, luogo che è, anche fisicamente, un “trampolino di lancio” dalla basilica di San Pietro verso l’umanità. Era lì con la mano alzata nel segno della benedizione Urbi et Orbi. Questa volta davvero più che mai “alla città e al mondo”.

Nell’aula, con un arazzo della Natività della collezione dei Musei Vaticani a far da eloquente e simbolico “sfondo”, erano presenti i rappresentanti della Polizia di Stato italiana, dei Carabinieri e dei Vigili urbani che garantiscono la sicurezza intorno alla Città del Vaticano. Con loro, tra gli altri compreso il personale in servizio, anche i rappresentanti della Guardia svizzera pontificia e del Corpo della Gendarmeria.

In un clima di sobrietà — stavolta niente inni — il cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica Vaticana, ha ricordato la concessione dell’indulgenza plenaria «nella forma stabilita dalla Chiesa a tutti coloro che ricevono» la benedizione del Papa «sia attraverso le diverse tecnologie di comunicazione sia unendosi anche solo spiritualmente e con il desiderio al presente rito».

Con questa delicata attenzione il Pontefice dall’aula della Benedizione ha davvero gettato “ponti” — la sua missione — verso ogni persona, per raggiungere spiritualmente soprattutto quanti stanno soffrendo per guerre, ingiustizie, povertà, malattie.

La sera del 24 dicembre, inoltre, Francesco ha presieduto la celebrazione della messa di Natale, alle 19.30, all’altare della cattedra della basilica Vaticana. Ricordando, nella preghiera universale — come poi anche nel messaggio Urbi et Orbi del giorno di Natale — «i popoli dilaniati da guerre e violenze» perché «nessuno debba più subire oppressione e vergogna» e chiedendo che siano accolti «gli ultimi, gli emarginati, chi lascia la propria terra a causa di guerre e povertà».

Alla messa della Notte erano presenti — in considerazione delle restrizioni adottate per contenere la diffusione della pandemia — circa 150 persone e 30 cardinali che si sono preparati alla celebrazione con la preghiera del Rosario. Tra i porporati concelebranti, il decano del collegio cardinalizio Giovanni Battista Re, il vice decano Leonardo Sandri (si sono accostati all’altare per la preghiera eucaristica) e il segretario di Stato Pietro Parolin.

Giunto in processione davanti all’altare, Francesco ha ascoltato il canto della Kalenda. Si è quindi avvicinato alla statuetta del Bambino Gesù — intronizzata accanto al libro dei Vangeli — per toglierle il velo che la copriva, baciarla e incensarla. Quindi, al canto del Gloria, le campane della basilica hanno suonato a distesa.

Alla preghiera universale sono state elevate suppliche anche perché «la Chiesa annunci con gioia che il mistero del Natale ha aperto nuove vie di libertà e di pace» e perché il Papa, «i vescovi, i presbiteri e i diaconi raggiungano con il dono della grazia il cuore di ogni persona».

A conclusione della celebrazione Francesco ha sostato in preghiera davanti all’immagine della Madre di Dio — accompagnato dal canto dell’antifona Alma Redemptoris Mater — e ha poi rinnovato l’atto di venerazione all’immagine di Gesù Bambino, mentre è stato intonato il tradizionale inno Tu scendi dalle stelle.

E per Natale il Papa ha voluto fare un particolare regalo alla sua Roma: i 4.000 tamponi per la diagnosi del covid — ricevuti come omaggio della Slovenia insieme all’albero per piazza San Pietro — verranno utilizzati per i poveri.

L’iniziativa è stata resa possibile da un accordo con Roma Capitale e per l’impegno dell’Elemosineria apostolica, in collaborazione con l’Istituto di medicina solidale e l’ospedale San Gallicano.

Con lo stesso spirito di attenzione ai più deboli, un gruppo di dipendenti vaticani, accompagnati da monsignor Vittorio Formenti, officiale della Segreteria di stato, si è unito ai volontari della Comunità di Sant’Egidio per dar vita a un Natale solidale per le 46 famiglie — e soprattutto per i 6 bambini — che da oltre otto anni vivono in uno stabile, già sede di uffici, in piazza Attilio Pecile, alla Garbatella.

Tra le tante testimonianze “sul campo” che hanno reso autentico il Natale, in piena pandemia, ecco che monsignor Francesco Pesce, incaricato diocesano della pastorale sociale lavorativa e parroco di Santa Maria ai Monti, proprio durante la Notte santa ha raggiunto, a una a una, le postazioni degli agenti di vigilanza per una benedizione. Tra le 22 del 24 dicembre e le 4 del giorno di Natale, il sacerdote ha incontrato gli agenti in 18 “tappe”, partendo dalla sala operativa di via Battistini fino a piazza Venezia, tra ospedali e cantieri.