· Città del Vaticano ·

Dopo mesi di estenuanti trattative tra Unione europea e Regno Unito per evitare il no deal

Accordo in extremis
sulla Brexit
Ma restano ancora punti controversi

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28 dicembre 2020

Il 24 dicembre l’Unione europea e il Regno Unito hanno raggiunto finalmente un accordo per la definizione dei loro rapporti politici ed economici dopo la Brexit. L’intesa è stata trovata con parecchi giorni di ritardo rispetto al programma fissato dalle due parti in precedenza, e appena una settimana prima della fine del periodo di transizione che era iniziato il 31 gennaio, data ufficiale della fuoriuscita di Londra dall’Ue.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha commentato mestamente il raggiungimento dell’accordo come un “sollievo” e ha aggiunto che adesso è tempo per l’Europa di «lasciarsi la Brexit alle spalle e guardare il futuro». Di tutt’altro spirito invece è stata la reazione del primo ministro britannico Boris Johnson, il quale ha dichiarato l’accordo come «l’inizio di una nuova relazione tra le due sponde della Manica» e che nonostante la fine della membership, il Regno Unito «resterà dal punto di vista culturale, emotivo, storico, e strategico vicino all’Europa». Ora l’accordo deve essere approvato dal parlamento britannico e da quello europeo prima della fine dell’anno.

Westminster ha già in programma la discussione e l’approvazione sia alla Camera dei Comuni che alla Camera dei Lord nella giornata di mercoledì, mentre a Bruxelles i lavori sulle duemila pagine dell’accordo sono partiti dopo il suo raggiungimento con la presentazione agli ambasciatori ai Paesi membri. Secondo il quotidiano britannico «The Guardian», il Parlamento europeo però inizierà a discutere il trattato solo a partire dai primi giorni di gennaio a causa del poco tempo rimasto tra il raggiungimento dell’accordo e la deadline; anche il voto è previsto per gennaio. Nel frattempo, per sopperire al mancato voto di approvazione, l’accordo entrerà in vigore in maniera provvisoria per evitare una situazione teorica di “no deal”. L’accordo verrà sicuramente approvato da Londra, e in questo il Governo britannico può fare affidamento anche sull’appoggio del Partito Laburista, anche se il partito guidato da Keir Stramer non considera il risultato delle trattative un miglioramento per gli operai inglesi.

A Londra è già iniziato il dibattito sui contenuti dell’accordo, che a discapito del tono trionfante di Johnson, ha sollevato molte critiche. Molti esponenti del settore della pesca, tema che in questi mesi aveva letteralmente bloccato i negoziati, si dicono insoddisfatti perché secondo i termini negoziati l’Ue potrebbe ancora avere un certo peso. In particolare, il punto più problematico sarebbe il fatto che l’export verso il continente potrebbe essere limitato se l’Ue considerasse i criteri con i quali viene svolta l’attività non congrui con le direttive europee. Come riporta il «Guardian», il capo della Federazione Nazionale delle Organizzazioni dei Pescatori, Barrie Deas, ha dichiarato che l’intero settore è stato tradito dal premier Johnson, esattamente come furono traditi al momento dell’entrata nella Comunità economica europea nel 1973.

Anche un altro settore risulterebbe svantaggiato dall’accordo, quello della finanza. Lo ha dichiarato Johnson durante un’intervista al «Sunday Telegraph». Inoltre, la nuova regolamentazione per l’accesso al mercato finanziario europeo entrerà in vigore solo dal primo gennaio e Londra dovrà fornire ulteriori documenti prima che da Bruxelles decidano che tipo di accesso riservare alle compagnie della City, scrive il «Financial Times». Lo stesso quotidiano precisa che allo stato attuale, la borsa londinese è paragonata ad altre borse internazionali (come New York o Singapore) e la situazione potrebbe rimanere invariata anche dopo l’approvazione dell’accordo da parte dei due parlamenti.

Infine, il governo britannico deve affrontare il capitolo Scozia. A Edimburgo sono sul piede di guerra. Ora che l’accordo è stato firmato, il Partito nazionale scozzese (Snp) ha reso noto che non voterà a favore della sua entrata in vigore perché contrario agli interessi economici scozzesi: in particolare durante i negoziati, Londra avrebbe lasciato fuori dalla regolamentazione per l’export verso il continente alcuni beni fondamentali per l’economia locale. Lo scontento potrebbe far crescere i sostenitori dell’indipendenza, che secondo gli ultimi sondaggi, avrebbero raggiunto quasi il 60% dell’elettorato. Il governo guidato da Nicola Sturgeon si sta preparando alle elezioni del maggio 2021 per il parlamento locale. Fin da 2016 Sturgeon ha dichiarato che il risultato del referedum sulla Brexit nel 2016 metteva sul tavolo una seconda consultazione per l’indipendenza da Londra. Se dovesse arrivare a ottenere una forte maggioranza nel parlamento locale a maggio, risultato che i sondaggi danno molto probabile, il governo Johnson avrebbe un altro enorme problema interno da affrontare.

di Cosimo Graziani