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Testimoni
Il 25 dicembre ricorre il centenario della nascita di padre Le Guillou

Un vero “passeur” della teologia del XX secolo

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23 dicembre 2020

In questo dicembre, proprio il giorno di Natale, ricorre il centenario della nascita del padre Marie-Joseph Le Guillou, domenicano francese, uno dei giganti della teologia del XX secolo che con la loro vita e il loro pensiero prepararono il concilio Vaticano II e in seguito lavorarono perché il rinnovamento conciliare fosse adeguatamente accolto nella vita della Chiesa e dei fedeli.

Se volessimo riassumere in una parola l’eredità di Le Guillou potremmo dire che fu un vero passeur. Questo termine francese si riferisce a coloro che passano da una riva all’altra, attraversano frontiere e come san Cristoforo fungono da ponte per gli altri, diventando occasione d’incontro e comunione con i separati, i diversi, i lontani. Esso descrive bene uno degli aspetti più genuini di Le Guillou: la sua capacità di unire, far dialogare, conciliare e abbracciare dimensioni della vita cristiana e della teologia che nel corso della storia cristiana si sono trovate in tensione tra loro e, per motivi diversi, hanno finito per perdere equilibrio e distanziarsi e così, l’una priva dell’altra, si sono impoverite.

Portiamo alcuni esempi di queste “rive riconciliate” nella vita e nel pensiero di Le Guillou. Anzitutto, il legame inseparabile tra una profonda vita spirituale o, ancor meglio, tra santità e teologia, in modo tale che l’una esiga l’altra, l’una rafforzi e nutra l’altra, recuperando la concezione orientale per cui “il santo è il teologo”, dal momento che la conoscenza di Dio introduce in una intimità che lo trasforma e lo conforma a Sua immagine e somiglianza.

In secondo luogo, l’unità tra Oriente e Occidente, che portò il suo studio a fare costante riferimento alla vita della Chiesa unita del primo millennio, fondata sulla scrittura, la tradizione liturgica e la tradizione patristica.

Ancora, in Le Guillou si realizzò una magnifica sintesi tra studio e impegno pastorale, soprattutto nell’ambito dell’ecumenismo, di cui fu un pioniere a livello teologico, distinguendosi per la capacità di trasmettere, a livello di catechesi e di testimonianza, l’urgenza dell’unità. Lavorò instancabilmente mediante conferenze, corsi, meditazioni, ritiri predicati a sacerdoti, religiosi e laici perché la Chiesa tutta si riconoscesse protagonista della chiamata e della missione verso la comunione.

Infine, Le Guillou stabilì un fecondo dialogo tra fede e cultura, tra testimonianza cristiana e segni dei tempi, lasciandosi interpellare e provocare degli avvenimenti della società, specialmente da quel “Maggio francese” del ’68 e dalla sua radice comunista, offrendo una parola e una presenza evangelica capace di ascoltare e soccorrere il grido del mondo, perché vi intuiva un desiderio nascosto d’incontro rinnovato con Cristo.

Nonostante ciò, il valore del suo lascito personale e teologico è rimasto in ombra per anni. Solo adesso, forse grazie alla necessaria prospettiva del tempo — a distanza, come i quadri nei musei, si può riconoscere meglio ciò che avvicina alla verità, ciò che rimane e comunica lo splendore della bellezza — la memoria ecclesiale comincia a ritornare a lui, pronunciando la sua parola teologica come testimonianza viva e attuale del messaggio evangelico e di una genuina tradizione ecclesiale.

Per collaborare alla diffusione del pensiero di Le Guillou, lo scorso 1 dicembre l’Università Ecclesiastica San Damaso di Madrid ha celebrato una giornata di studio su una delle sue opere più rappresentative, il saggio di Cristologia Celui qui vient d´ailleurs, l’Innocent (“Colui che viene da altrove, l’Innocente”): un lavoro in cui dialogano diversi rami della teologia — biblica, dogmatica, spirituale e pastorale — per giungere a ciò che l’autore chiama «una conoscenza ecclesiale di Cristo» che, alla luce dello Spirito Santo, riconosce e confessa la pienezza della rivelazione di Dio nel paradosso del mistero di abbassamento, compassione, fragilità, vulnerabilità dell’amore del Padre manifestato nella vita, nella parola, nei gesti, nello scandalo che suppone, fino alla croce, l’avvenimento di Gesù di Nazareth, la sua pretesa di essere il Figlio di Dio fatto uomo, fatto servo, uno fra i tanti.

Il Figlio, l’Innocente, era l’unico che poteva liberamente assumere su di sé il destino dei perduti, dei condannati, degli ingiusti, dei colpevoli. Egli abbraccia così, mediante il mistero dell’incarnazione, tutto l’umano, inclusi i suoi aspetti più deformi, e lo salva attraverso il suo amore spinto all’eccesso, vincendo per sempre l’odio e la morte.

Questo mistero dell’amore folle di Dio fatto uomo nell’oggi della Chiesa, per dono dello Spirito, illumina una forma di vita cristiana che lo stesso Le Guillou accettò come chiamata personale. Innamorato di Cristo, egli stesso entrò nel paradosso evangelico e si fece piccolo, umile, disposto all’ascolto, amico dei poveri, rispettoso delle differenze, amante della pace, cercatore della verità, paziente anche di fronte al rifiuto, sereno nella contrarietà, creatore di spazi di incontro nella ferita della divisione.

In definitiva, un bambino, un folle, un innocente nel senso evangelico del termine.

di Carolina Blázquez Casado
Priora del Monasterio de la Conversión, Sotillo de la Adrada