· Città del Vaticano ·

Con padre Pesce e il Gruppo India

Era il Natale del 1980

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
23 dicembre 2020

Avevo 18 anni ed era la prima volta che non trascorrevo il Natale a casa con la mia famiglia e la prima volta che prendevo l’aereo per una destinazione lontana senza poter avere contatti (non esistevano i telefoni cellulari!). Ero stato fra gli ultimi ad accettare l’invito di padre Mario Pesce, il gesuita che sin dalle scuole medie era stato per noi più che un educatore. Aveva insegnato a noi studenti dell’Istituto M. Massimo di Roma il senso profondo della carità cristiana e ad essere — come voleva l’allora il preposto generale della Compagnia di Gesù, padre Pedro Arrupe — “uomini per gli altri”.

Insieme a lui siamo sbarcati in quindici in India a Bombay (ora Mumbai) e da lì a Dharampur nella parte meridionale dello Stato del Gujarat, in una missione appena avviata dalle suore Canossiane in favore delle popolazioni tribali e più povere. Abbiamo dormito in una capanna di fango e comunicato solo a gesti e con lo sguardo con le centinaia di bambini e bambine accolti in un capannone per assicurare la frequenza scolastica. Ci siamo inerpicati per villaggi sperduti nella foresta incontrando mondi inimmaginabili.

Quell’esperienza ha segnato tutti coloro che l’hanno vissuta allora o nei viaggi successivi.

In quel Natale del 1980 abbiamo deciso di impegnarci perché quei bambini e le loro comunità avessero un futuro migliore assicurando un piccolo contributo mensile per le spese scolastiche, per il cibo e le necessità vitali ed al nostro rientro abbiamo condiviso con parenti, amici, compagni di scuola, l’iniziativa dell’“adozione-borsa di studio” destinata non ad un singolo ma ad un gruppo e con l’impegno di un’unione spirituale costante.

Come scriveva padre Pesce «l’esperienza vissuta mi spinge ad esortare a un vero cambiamento di vita, nel desiderio che la nostra carità sia sempre più un atto di amore, che ci deve costare sacrificio e darci la gioia di sentirci figli di un Padre che ci ama con un amore grande e non ci lascia mai soli».

Sono trascorsi quarant’anni e, anche se il religioso gesuita è tornato alla Casa del Padre, il Gruppo India continua nello stesso modo a lanciare la sfida di amore fraterno a favore non solo dei bambini dell’India, ma di giovani e adulti di circa trenta Paesi in Asia, Africa, America latina, Europa e Medio Oriente, tenendo vivo lo spirito iniziale, sostenendo in via continuativa, tramite principalmente le istituzioni religiose e con interventi puntuali, iniziative di formazione, sviluppo, sanità e tanto altro.

Il contributo generoso di migliaia di singoli benefattori e famiglie ha consentito di accompagnare tante realtà in processi di sviluppo, consentendoci di rivolgere lo sguardo anche ad altre emergenze come testimonia la storia di Vincia, abbandonata all’età di 5 anni e accolta con due fratelli dalle suore a Lahore in Pakistan. Con l’aiuto del Gruppo India ha completato gli studi liceali e, dopo aver conseguito la laurea in infermieristica ed ottenuto impiego nell’ospedale governativo, ha continuato a studiare divenendo direttrice della scuola per infermieri. Ha una casa, si è sposata ed è di sostegno per i suoi fratelli.

In questo periodo il gruppo è impegnato anche a favore di tante comunità colpite dalla pandemia, come nella diocesi di Khulna, in Bangladesh, dove più di 20 milioni di persone sono prive di ospedali, medici, laboratori di analisi e la gente che vive nei bassifondi urbani o nei villaggi rurali è in pessime condizioni socioeconomiche.

In questi anni il mondo è profondamente cambiato ma povertà ed esclusione continuano ad interpellare la nostra sensibilità umana e cristiana e l’impegno del Gruppo India continua fedele al proprio fondamento.

di Marco Petrini