· Città del Vaticano ·

A colloquio con il vescovo di Laghouat sulla Chiesa in Algeria

In cammino con l’islam
sulla strada del dialogo

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19 dicembre 2020

Il simun soffia caldissimo. L’aria è bollente. La sabbia infuocatasi solleva e ricade più in là. Le ondate di calore sembrano delineare nell’aria figure umane. Tra queste quella di un uomo dimesso, curvo sulle spalle, con una barba incolta. La sua sagoma si staglia appena e sale veloce verso il cielo. Miraggio? Può essere. Ma lo spirito di Charles de Foucauld è ancora qui nelle vaste e desolate terre del sud dell’Algeria. Tra i granelli di sabbia. Tra le rocce arroventate. Nella memoria dei pochissimi cattolici e in qualche musulmano che vivono qui in questa vastissima eppure quasi disabitata regione. «Quando la pandemia di covid-19 non si era ancora diffusa — spiega John Gordon MacWilliam, vescovo di Laghouat — c’erano numerosi pellegrini cristiani, provenienti soprattutto dalla Francia, che visitavano i posti in cui il beato de Foucauld ha vissuto, Béni Abbès e Tamanrasset, e dov’è sepolto, el-Meniaa. Cattolici facevano ritiri in alcuni siti legati a lui, specialmente quelli legati alla famiglia religiosa di de Foucauld. In alcuni periodi dell’anno, c’erano anche gruppi di musulmani. Ora, per evitare il diffondersi del contagio, le visite sono diminuite progressivamente, fino a sparire».

Quel militare esploratore che lasciò tutto per dedicarsi a Dio


Proprio a causa del coronavirus avverrà probabilmente nel 2021 la canonizzazione del beato Charles de Foucauld autorizzata da Papa Francesco nel maggio 2020. La sua figura però continua ad affascinare. Militare di carriera, esploratore, ma anche «gaudente» e «salottiero», de Foucauld lasciò tutto per dedicarsi a Dio. «Non appena ho creduto che ci fosse un Dio, ho capito che non potevo vivere che per lui», dirà un giorno. Dopo un’esperienza in Terra Santa si trasferì nel Sahara profondo. La sua “divisa” era una tunica bianca con un cuore di stoffa rossa cucito sopra, sormontato da una croce. Ospitava chiunque passasse da lui, cristiani, musulmani, ebrei, pagani. La morte lo colse in modo drammatico il 1° dicembre 1916, quando la sua casa, sempre aperta, venne saccheggiata da predoni e “Carlo di Gesù”, questo il suo nuovo nome, finì ucciso per il “tesoro” di cui sempre parlava, che in realtà era Cristo nel tabernacolo.

A partire da quella morte, la vicenda umana e religiosa di Charles de Foucauld ha affascinato e attratto generazioni su generazioni. Al punto che quello che non gli riuscì in vita si realizzò dopo la sua nascita al cielo. Nel corso degli anni, ben diciannove differenti famiglie di laici, sacerdoti, religiosi e religiose sono scaturite dalla sua spiritualità e dal suo modo di vivere il vangelo (tra le maggiori, le fraternità dei Piccoli fratelli e delle Piccole sorelle di Gesù).

Una Chiesa ancora piccola ma che testimonia sempre Cristo


Dove ha vissuto gli ultimi anni, sopravvive una Chiesa fatta di pochissimi fedeli, ma che testimonia la fede in Gesù Cristo. «La diocesi di Laghouat è vastissima, più di due milioni di chilometri quadrati», osserva MacWilliams. «È quasi tutta desertica e abitata solo da 4,5 milioni di persone, quasi tutte musulmane. Quanti sono i cattolici? Difficile dirlo. Chi è stato battezzato qui prima dell’indipendenza (1962) ha lasciato l’Algeria molti anni fa. In media abbiamo il battesimo di un adulto e di un bambino all’anno».

La Chiesa è formata da giovani dell’Africa subsahariana che studiano nelle scuole algerine; migranti, che passano dal sud dell’Algeria per raggiungere le coste settentrionali e l’Europa; lavoratori delle società petrolifere europee o statunitensi; spose cattoliche di musulmani; qualche algerino. «Gli algerini cattolici della mia diocesi — continua il vescovo — sono non più di una decina, tutti originari del nord. Sono molto discreti tanto che spesso neppure le loro famiglie sanno della loro fede. Nella diocesi esistono poche chiese, legate perlopiù a comunità di missionari. Solo una di queste, quella di Taman-rasset, ha una comunità di fedeli, provenienti in maggioranza dall’Africa subsahariana».

Le relazioni sempre vive con il mondo musulmano


Come diceva Henri Teissier, vescovo di Algeri recentemente scomparso: «Quanti fedeli hanno le nostre diocesi? Tantissimi. Alcuni sono cristiani, la maggior parte sono musulmani». La relazione con l’islam per la piccola Chiesa locale è fondamentale. «In generale i rapporti tra cristiani e musulmani in Algeria sono buoni, a volte molto buoni», osserva il presule. «La missione della Chiesa cattolica è vivere come discepoli di Cristo al fianco dei nostri vicini musulmani, testimoniando i vangeli con il nostro modo di vivere e con i nostri atteggiamenti ed evitando qualsiasi forma di proselitismo (che è proibito dalla Chiesa e dallo Stato). Molti musulmani pensano che la nostra religione sia strana e persino falsa. Ma non hanno paura di affidare i loro figli alle nostre cure per sostegno educativo o altre opere di beneficenza (come la cura dei bambini portatori di handicap)».

Charles de Foucauld predicò tra i tuareg. Dai suoi tempi a oggi, però non ci sono più stati battesimi di tuareg nel sud dell’Algeria. «Da centocinquant’anni nessun missionario cattolico nel Sahara è stato accusato di tentare deliberatamente di convertire un musulmano», precisa il vescovo di Laghouat. «Siamo aperti a tutte le domande alle quali rispondiamo in modo chiaro e veritiero. Incoraggiamo l’incontro e il dialogo religioso. Diamo il benvenuto a coloro che guardano con benevolenza a Cristo, ma non cerchiamo conversioni».

Il rapporto con l’islam è stato fondamentale anche nel “decennio nero” degli anni Novanta, quando il Paese è stato sconvolto da un’ondata di terrorismo jihadista. Oggi il fenomeno terroristico sembra aver perso slancio. «Le forze di sicurezza sono molto vigili e proteggono gli stranieri, soprattutto quelli che vivono nei siti economicamente importanti, come quelli dell’industria petrolifera», sottolinea il presule. «I nostri missionari, essendo anche stranieri, sono spesso tenuti ad accettare misure di sicurezza suppletive che, a volte, possono limitare la nostra libertà di viaggiare e incontrare persone. Tuttavia, con o senza guardie, la Chiesa cattolica nel Sahara algerino normalmente non si sente minacciata».

La maggior parte degli algerini sa molto poco di Charles de Foucauld. Chi ricorda il suo nome lo associa spesso al colonialismo francese e lo accusa di essere stato una spia dell’esercito di occupazione. «È vero — conclude MacWilliam — ma c’è anche chi lo considera un sant’uomo che ha aiutato i poveri e non faceva proselitismo. I cristiani che seguono la sua via sono considerati uomini e donne santi. La sua immagine ci ispira ancora profondamente e ci indica la strada sulla quale deve camminare una Chiesa che vuole essere una testimonianza pur rappresentando una piccola minoranza».

di Enrico Casale