· Città del Vaticano ·

A colloquio con la scrittrice Antonia Arslan

Come caramelle a più strati

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19 dicembre 2020

Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista «In cerca della Patria perduta. Colloquio con Antonia Arslan» pubblicata sull’ultimo numero della rivista «Studi Cattolici »

Antonia Arslan, bestsellerista internazionale grazie al romanzo La masseria delle allodole (Rizzoli, Milano 2004), è stata insignita del 38° Premio Internazionale Cultura Cattolica ideato dalla Scuola di Cultura cattolica di Bassano del Grappa. Per l’occasione, le abbiamo chiesto di raccontarci il suo percorso di autrice.

Come è nata la tua vocazione di scrittrice? Le tue prime prove?

«Vocazione», parola impegnativa. Quando ho cominciato a scrivere il primo romanzo, ho obbedito a una necessità, e all’ordine dell’amica più cara; e anche avevo un’idea chiara in testa, che dovevo fare silenzio, e ascoltare un ritmo interiore che era totalmente diverso dalla prosa dei saggi che avevo scritto fino ad allora. Non avevo manoscritti nel cassetto, né romanzi né racconti, prima della Masseria delle allodole; solo poesie. Che, curiosamente, ho sempre letto o inviato ad alcuni amici e mai pubblicato, tranne in un paio di occasioni «non strutturate», per singole poesie. Ne ho scritte diverse di lunghe, che ho chiamato ballate, a volte su argomenti storici come la guerra dei Trent’anni, un ciclo di quattro; altre volte sono a gruppi, scritte in brevi periodi particolarmente intensi. Poi le lascio lì, finché magari anni dopo non mi torna in mente un verso, e allora le vado a ritrovare, me le rileggo, ne butto via una, insomma mi diverto.

Qual è il tuo rapporto con la poesia?

La poesia, come già ho accennato, è per me vita. Le parole della poesia acquistano un soprasenso magico: non diventano «altre», diventano «di più», si irradiano sulle parole vicine, si acquietano nel ritmo che le possiede tutte e le fa ondeggiare insieme nel verso, entrano nella memoria e vi si rimpiattano, in attesa di uscirne improvvisamente vive e piene di senso nuovo. Le parole della poesia sono come caramelle a più strati, e ogni strato ha un sapore diverso che non cancella il precedente ma lo integra e fa risplendere.

La poesia è memoria vivente. Perciò durante la mia carriera accademica non ho mai scritto sulla poesia (saggi, recensioni ecc.), e non ho mai pubblicato la mia. La leggo, l’ho molto imparata a memoria in diverse lingue, me la ripeto e ne sono consolata e ravvivata, eccitata e divertita. Per alcune particolarmente amate ho anche inventato piccole canzoni che non ho mai scritto su carta, le ho solo affidate alla memoria. Ho anche tradotto parecchio, e continuo a farlo (sempre senza curarmi di pubblicare). Su un quaderno molto bello, di carta liscia e piacevole al tatto, con la costa di colore rosso e la copertina di stoffetta grigia, ho trascritto in anni lontani le poesie che amavo di più, scegliendo molto: da Lorca (in abbondanza) a Rilke, da Celan a Campana a Trakl, dal Pascoli dei Poemi conviviali a Cristina Campo, da certi testi di canzoni francesi a Cardarelli, da Catullo a Orazio, da Montale a Yeats, alla Terra desolata imparata verso per verso, al sonetto su Atteone di Giordano Bruno, a Tasso, a tanto Kavafis, a Lucio Piccolo, Anna Achmatova, Ezra Pound... ma la lista è lunga lunga, ho certo dimenticato molti nomi.

Cosa è stato per te tradurre Varujan, il più importante poeta armeno del secolo scorso?

Le uniche traduzioni che ho pubblicato — e che però mi hanno profondamente trasformata, aprendo il panorama della «patria perduta», l’Armenia — sono state le raccolte poetiche di Daniel Varujan, il mio bambino d’oro e di sangue... Ho incontrato questo poeta armeno, ucciso a 31 anni all’inizio del Genocidio, subito dopo aver subito un pesante attacco accademico che mi aveva un po’ abbacchiata, anche per la sua totale, cattiva inutilità. Ma non fu un incontro casuale: piuttosto, una benedizione a cui mi aveva preparato proprio la sconfitta subita. Lessi per caso una delle poesie del suo Canto del pane in inglese, e me ne innamorai perdutamente, come si dice nei romanzi rosa.

Come possiamo avvicinare i giovani all’universo della lettura?

Secondo me si deve partire dal fascino delle storie, magari lette a voce alta, e mai imporre ai giovani libri di narrativa con quei commenti e/o esercizi che annoiano ancora prima di leggerli. E fargli capire esplicitamente che leggere un romanzo fino in fondo non è obbligatorio: un romanzo non è un libro di studio ma un mondo da esplorare e da assorbire, con il quale divertirsi, appassionarsi, riflettere; oppure da lasciare da parte, con libertà. Nessuno ti obbliga a finire un libro di narrativa, ma se vuoi che la cultura ti sostanzi davvero, ti devi sentire obbligato a entrare nel mondo delle storie, perché la tua vita ne sarà arricchita e ampliata in direzioni che non puoi neppure immaginare: questo ho sempre detto ai miei studenti. Cioè: severità nell’obbligo e libertà nella scelta.

Il tema del male è molto presente nella tua ricerca, vuoi dirmi qualcosa in merito?

È un tema così vasto e terribile. Tutti siamo toccati dal male, tutti ne cadiamo preda, prima o poi. Alle classi di studenti che mi trovo davanti, di solito non parlo solo della tragedia del Genocidio armeno, delle colpe e dei silenzi che ancora l’accompagnano, ma cerco di farli partecipi e cosapevoli di quello che è il nostro comune destino: in ognuno di noi c’è, in nuce, il massimo del bene e il massimo del male, e ognuno di noi potrebbe lasciarsi trascinare, un passetto alla volta, a essere complice — magari passivo — perfino di atti genocidari. Nessuno è totalmente buono, nessuno si salva da solo.

Come coltivare la speranza in un mondo schiacciato dalla Pandemia?

Soprattutto, penso, cercando di essere concreti: siamo colpiti da un’epidemia ad ampio contagio ma a bassa mortalità; non è la peste, non è il colera, non è la spagnola. Giusta la prudenza, sciocca l’ansia inutile e continua. Eppure, sembra che per molte persone (giovani e anziani, uomini e donne, non c’è differenza, per quanto ho potuto notare) accettare tutto questo sia come camminare su una lastra di ghiaccio: cioè che accettare l’idea della possibile presenza della malattia e della morte sia in sé stesso un atto pericoloso, quasi sovversivo.

A livello antropologico, le cicatrice più profonde che ci ha lasciato il covid-19?

A mio parere, è l’inutilità dei riti religiosi. A forza di dire che si può sostituire la presenza fisica con la visione, via televisione, Skype, o quant’altro, molti si sono adagiati in una quiete malsana, si sono distaccati dalla fisicità, che è parte essenziale anche del nostro essere homines religiosi. Concentrarsi a pregare inginocchiati anche se le ginocchia ti fanno male, cantare la Salve Regina a gola spiegata, con la gioia di ascoltare la propria voce che si alza limpida nell’aria, il freddo di certe chiese, attenuato dall’essere in tanti, cappotto vicino a cappotto, la luce calda di mille candele (o i pochi lumini davanti a una santa un poco dimenticata), sedersi a guardare con calma un quadro o una statua... tutto si può evitare — per un periodo — ma non si può battere in ritirata e scegliere il nulla. Non siamo nati per questo.

di Alessandro Rivali