· Città del Vaticano ·

Raccolti in un volume gli scritti di John Muir

Nella natura è scritto
il libro di Dio

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18 dicembre 2020

John Muir, nato in Scozia nel 1838, emigrò con i suoi negli Stati Uniti a 11 anni e fu uno dei fondatori dell’ambientalismo di quel Paese. Si trattò di un movimento complesso, suscitato dall’incontro di uomini e donne in cerca di esperienze libere e individualiste con la natura incontaminata del Nord America: anticipò di decenni atteggiamenti analoghi cresciuti solo in seguito in Europa e portò alla protezione di territori anche molto vasti, ben prima che qualcosa di simile avvenisse nel resto del mondo. Muir svolse un ruolo significativo nelle campagne di sensibilizzazione pubblica in vista della creazione dei primi grandi parchi nazionali californiani, la cui istituzione risale al 1890. Nel 1903 accompagnò il presidente Roosevelt in un viaggio di tre giorni lungo la valle dello Yosemite durante il quale lo persuase a porre sotto il controllo del governo federale l’area del parco, grande oltre 3.000 chilometri quadrati, poco meno della Valle d’Aosta.

Di Muir è uscito Andare in montagna è tornare a casa, saggi sulla natura selvaggia, per i tipi della Piano Bc (Prato, 2020, pagine 200, euro 15) che raccoglie alcuni dei suoi scritti più noti, tutti dedicati all’incontro con la natura, inteso nel senso e con le modalità più dirette. L’autore racconta di arrampicate, uscite all’aperto nel corso di violente tempeste, terremoti, escursioni sui ghiacciai dell’Alaska fatte con scarso riguardo alle misure di sicurezza, lunghi periodi trascorsi in aree selvagge, a brevissima distanza da animali bradi anche pericolosi, come gli orsi greezly. Nei risguardi di copertina del libro si trova una fotografia dell’autore a figura intera, di profilo, lo sguardo rivolto a un orizzonte lontano, circondato da elementi naturali: roccia, lago, alberi, montagne sullo sfondo. Un uomo magro, non emaciato ma privo di presunzioni muscolari; capelli e barba lunghi senza essere incolti; indossa panciotto e cravatta, ha posato di fianco un cappello a larghe tese piuttosto sformato. L’immagine dell’americano di frontiera al passaggio tra Otto e Novecento.

Nell’avvicinarsi al testo il lettore rischia di essere tratto in inganno dall’organizzazione dei materiali, che pone quasi all’inizio del volume il racconto di una scalata in montagna, al tono alpinistico, da conquistatore delle vette. Se pure Muir è stato il primo a raggiungere la vetta di molte delle montagne più alte della Sierra Nevada, il suo rapporto con la natura non fu quello del conquistatore quanto dell’appassionato. Sotto molti aspetti esso può essere descritto come una nostalgia del paradiso terrestre, una ricerca di appartenenza, di riconquista di un rapporto andato perduto. Anche dell’immersione nella preghiera, caratteristica della vita dei monaci, si dice si tratti di una manifestazione della nostalgia per il paradiso perduto, il desiderio di anticipare un rientro. Del resto nel titolo del libro la dimensione del “tornare a casa” risulta esplicita.

Muir esprime in modo semplice e diretto la propria fiducia in un Creatore del quale è possibile entrare in contatto attraverso la natura, che però non coincide con essa. Nel libro sono frequenti frasi del genere «quale creatura tra le altre generate con grande sforzo da Dio non sarebbe essenziale per la completezza dell’insieme?»; «tempeste di ogni tipo, diluvi, terremoti, cataclismi, non sono che note armoniose nel canto della creazione, espressioni variate dell’amore di Dio»; «ha senso che un uomo accolga le tempeste per la loro musica esilarante e il loro movimento, e per andare a vedere come Dio crea i paesaggi». Né mancano riferimenti biblici, per esempio al «maestoso canto trionfale di Mosè dopo essersi tratto in salvo dagli egiziani e dal Mar Rosso».

Una fede strutturata e complessa insomma, anche se più istintiva ed esperienziale che contemplativa, pronta a riconoscere che nella natura è scritto il libro di Dio, come sosteneva Galileo. Una fede che mostra come anche lasciarsi scuotere e bagnare da una tempesta in alta montagna, con piena consapevolezza di quanto accade, costituisce una forma di preghiera.

di Sergio Valzania