· Città del Vaticano ·

La settimana di Papa Francesco

Bussola per la rotta comune

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17 dicembre 2020

«La cultura della cura come percorso di pace» è il tema del messaggio in vista della Giornata mondiale della pace 2021. La scelta è spiegata dallo stesso Papa Francesco, che parla degli «eventi che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso» — «la grande crisi sanitaria del covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, e quelle crisi climatica, alimentare, economica e migratoria, la morte e forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti» — ricordando che essi «ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza». Del resto, la promozione della cura è proprio la promozione integrale della persona, missione del nostro Dicastero.

È stato Benedetto xvi a dire che: «L’amore, come luce, è stato il primo atto creato da Dio», intendendo che, se la creazione esprime la manifestazione di Dio fuori di sé, la motivazione di questa manifestazione o azione si trova nel suo amore. L’amore di Dio, elargito verso di noi, crea non soltanto il nostro essere, la nostra vita, ma anche la custodia, prendendosene cura.

Nel suo amore Dio ci genera, ci crea; ci dà la vita e la protegge. Per tale motivo la presentazione della cultura della cura parte dal primo libro della Bibbia, che racconta la creazione della vita, con le sue prime minacce e gli interventi di Dio per proteggerla, e assicurarle una continuazione. Insomma la cura divina garantisce la dignità della persona e la realizzazione del diritto-dono d’essere/esistere.

Ma nello stesso racconto biblico, anche la persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è chiamata, da parte sua, a prendersi cura dei suoi simili (Caino e Abele) e della terra (giardino da coltivare e custodire).

La cura divina diventa pertanto un esempio, un modello di cura per la persona umana e la terra, soprattutto nel senso che la cura divina conserva l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora» e anche perché il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno.

La stessa cura si trova poi nel ministero di Gesù e nella Chiesa nascente.

Infatti nei suoi gesti e miracoli, nelle sue opere, Cristo offre definizioni di curare: come volgere lo sguardo verso l’altro, tendere la mano verso chi ha bisogno: persone (poveri, bisognosi, malati, detenuti), ma anche verso la natura, l’ambiente. Ci sono poi quelle situazioni di fragilità a cui corrisponde fermarsi e inchinarsi per aiutare, non in forma passeggera, ma portando i pesi gli uni degli altri. Come facevano le diverse diakonie con cui la Chiesa delle origini si prendeva cura dei suoi membri (paroikoi), vivendo e testimoniando la carità di Cristo. Le stesse diakonie diventate col tempo le diverse opere di misericordia spirituali e corporali. Lo storico Karl Bihlmeyer ha scritto in proposito: «Lo spirito di carità cristiana e di abnegazione che aveva tanto impressionato il mondo pagano non era certo scomparso. Le esigenze del tempo imponevano infatti nuovi impegni al servizio della carità cristiana. Le cronache storiche riportano innumerevoli esempi di pratiche opere di misericordia. La Chiesa era un potere sociale nella cultura in declino del tempo. I vescovi dovevano prendere il posto di un’amministrazione corrotta e decrepita: assumere i compiti dei responsabili dell’assistenza pubblica; fornire cibo, vestiario e riparo alle persone sofferenti e indigenti. L’aiuto ai poveri, agli schiavi, ai prigionieri e ai viaggiatori è diventato la loro preoccupazione. Una parte delle entrate della Chiesa era riservata all’assistenza ai poveri. In grandi città come Costantinopoli e Antiochia, il lavoro della Chiesa con i poveri era in gran parte altamente organizzato. Da questi sforzi concertati sono emersi numerosi orfanotrofi, ospizi per bambini, rifugi per passanti ecc., sconosciuti prima dell’era cristiana; istituzioni per il sollievo di tutti i bisogni umani: ospedali, alloggi per i poveri».

Ecco allora che la cultura della cura ha impregnato di sé i principi della dottrina sociale della Chiesa. Per questo motivo, in un tempo in cui invece sembrano prevalere la cultura dello scarto e le diseguaglianze, curare significa saper valorizzare, cioè: riconoscere l’individuo come persona, dotata di dignità, avente il diritto di accesso al bene comune, perché i beni del creato sono destinati a tutti. Quindi la cura come promozione della dignità e dei diritti della persona e del bene comune. Una cura che si realizza mediante la solidarietà (multilateralismo) e l’azione in comune, senza trascurare il creato, la Terra, l’ambiente. Solo così la cultura della cura consente all’umanità di rialzarsi in piedi e camminare verso una società più giusta e pacifica.

Così intesa la cultura della cura è quindi la bussola per una rotta comune nel processo di globalizzazione — attraverso principi per l’umanizzazione dei sistemi e delle istituzioni sociali, politiche e economiche — ed espressione ideale di rapporti fra nazioni caratterizzati da giustizia, rispetto e fratellanza. Solo così i governi vanno verso i popoli, i politici verso i civili; e la cura diviene l’anima di tutti rapporti ispirati da valori autentici, e non da quelli opposti come l’indifferenza e il disinteresse di chi osserva dal balcone.

Da qui la necessità di educare alla cura. Anzitutto riscoprendo il senso etimologico del termine indogermanico kuel che ne è alla radice, il quale rimanda allo sforzarsi, al sacrificarsi. E in proposito va rimarcato che l’educazione alla cultura della cura nasce nella famiglia, come agente privilegiata di formazione, seguita dal mondo della scuola, dell’università, della comunicazione sociale e digitale. E in quest’ultimo campo si ravvisa la necessità di veicolare un sistema di valori basati sulla dignità e la promozione dei diritti umani fondamentali.

Un ruolo in quest’opera spetta inoltre alle religioni che trasmettono valori come la dignità, il rispetto e la solidarietà. Perché, in definitiva, non c’è pace senza cura, intesa — quest’ultima — come processo di riconciliazione, di accettazione reciproca, di mutuo rispetto.

Infine il messaggio del Papa ci dice che la cultura della cura è fonte di ispirazione per ristabilire la giustizia.

di Peter Kodwo Appiah Turkson