· Città del Vaticano ·

L’avventura della fede
Da Palermo al Giappone del Seicento, l’epopea di Giovani Battista Sidoti

Il missionario solitario

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
16 dicembre 2020

Isuoi resti furono ritrovati nel 2014. Erano conservati in una tomba posta nell’area della Kirishitan Yahiki, la prigione dei cristiani fatta costruire nel 1646 a Edo, l’attuale Tokyo. La sua storia fu invece riscoperta soltanto nel xix secolo, grazie all’apertura del Giappone al resto del mondo, all’impegno dei missionari che vi si recavano e ad alcuni studiosi locali che decisero di ripescare dall’oblio la sua terribile esperienza umana.

E oggi gli studiosi giapponesi non nascondono la loro ammirazione per Giovanni Battista Sidoti, uno degli uomini che si prodigò per far incontrare la cultura occidentale e quella locale.

Nato a Palermo il 22 agosto del 1667, Giovanni Battista Sidoti era il terzogenito di Giovanni ed Eleonora D’Amico, una famiglia di nobile lignaggio le cui origini pescavano nell’Asturia spagnola. Il giovane palermitano conseguì i gradi accademici in filosofia e teologia presso il locale collegio gesuitico. Dopo il trasferimento a Roma, avvenuto probabilmente nel 1693, conseguì la laurea in diritto civile e in diritto canonico all’università La Sapienza. Stimato per la sua grande cultura letteraria e per essere un terziario francescano, Giovanni Sidoti fin dagli anni giovanili aveva manifestato la sua passione per la vita missionaria. Tale vocazione fu amplificata dagli echi provenienti dal Giappone, Paese nel quale a partire dal 1597 erano iniziate atroci persecuzioni ai danni dei missionari e dei cristiani. Non risultano però rapporti con i gesuiti né con altri ordini religiosi impegnati nelle missioni nel continente asiatico, oltre che con Propaganda Fide.

Il 31 dicembre del 1701 il suo nome comparve però in una lista di 17 missionari in partenza per la Cina, al seguito di monsignor Carlo Maillard de Tournon, legato di Clemente xi. La missione fu approntata per affrontare sul posto la controversa questione dei riti, allora al suo culmine polemico.

Sidoti venne inserito nell’elenco come sacerdote secolare e non come gesuita e si imbarcò senza l’incarico di missionario apostolico. Per avvicinarsi alla meta giapponese Sidoti si aggregò alla delegazione de Tournon, composta da preti diocesani di stretta obbedienza alla congregazione romana. Il gruppo partì il 4 luglio del 1702 da Civitavecchia su un vascello genovese e iniziò una vera e propria avventura marittima. L’itinerario infatti fu stravolto dagli effetti della guerra di successione spagnola, con un blocco navale anglo-olandese su Gibilterra e il controllo francese della Carrera de las Indias. Il triennio 1701-03 unì eccezionalmente Spagna e Francia sotto la stessa dinastia borbonica e costrinse i naviganti a trovare nuove rotte verso l’Oriente. Il vascello arrivò alle Canarie nel febbraio del 1703 e vi si fermò per due mesi per attendere il convoglio della Compagnie française des Indes orientales. Il religioso palermitano, sceso a terra, offrì alla locale chiesa della Sant Cruz due reliquie romane ancor oggi oggetto di venerazione. Sidoti raggiunse Pondichery nei primi giorni di novembre e dopo aver attraccato a Madras, arrivò a Manila il 22 settembre del 1704. Nell’attuale capitale filippina restò quattro anni nei quali riprese lo studio della lingua e del territorio giapponese avviati a Roma avvalendosi anche dell’aiuto di naufraghi o rifugiati giapponesi. Gli anni trascorsi a Manila fecero conoscere un sacerdote instancabile. Sidoti si mise in luce per l’impegno pastorale, la cura degli infermi e dei fanciulli e per il contributo alla realizzazione del seminario diocesano, del quale scrisse il regolamento e fu amministratore. Nel 1706 redasse l’atto di costituzione di un’opera pia finalizzata a riscattare e formare al cristianesimo bimbi abbandonati. La meta giapponese iniziò a palesarsi nel 1707 grazie al governatore che finanziò la costruzione e i rifornimenti del vascello Santísima Trinidad. Il missionario siciliano si imbarcò con il recolletto scalzo Manuel de San Nicolas e altri missionari agostiniani nel suo primo viaggio verso il Giappone senza però avere fortuna. Il viaggio fu interrotto forzatamente sulle coste cinesi e anche gli altri due successivi si rivelarono fallimentari.

Il 9 ottobre 1708, dopo circa 50 giorni di navigazione, Sidoti raggiunse finalmente l’agognata meta e sbarcò nelle ore notturne nei pressi del villaggio di Koshima, a Yakushima, un’isola situata all’estremo nord del gruppo delle Nansei. Il sacerdote indossava abiti giapponesi, con tanto di spada, rasatura e crocchia alla samurai, e si inoltrò sul sentiero con la sua valigetta contenente gli arredi sacri, un breviario, due grammatiche giapponesi, alcuni libri di pietà, un piccolo dipinto (copia in rame della Madonna del dito di Caro Dolci ritrovata nel 2014 nel luogo della morte e ora conservata al Tokyo National Museum), e un piccolo crocifisso appartenente al gesuita Michele Mastrilli, martirizzato in Giappone nel 1637.

Non ebbe però modo di dare la pur minima forma al suo apostolato. Secondo le relazioni olandesi, i soli occidentali autorizzati a trafficare con l’impero giapponese, e i resoconti di mercanti e naufraghi giapponesi a Manila, il missionario fu catturato immediatamente e condotto dal Bugyō dell’isola (il titolo corrisponde a "commissario governativo”) che ne informò il Satsuma di Kami. Il religioso fu portato a Nagasaki il 20 dicembre 1708 per esservi imprigionato e interrogato da un interprete e da cinque olandesi della Compagnia delle Indie orientali.

Posto dietro a un tendaggio, Sidoti rispose alle domande poste in portoghese e poi in latino, mantenendo i suoi vestiti di foggia giapponese e avendo il proprio crocifisso al collo, un rosario e due libri tra le mani. Rivelò il suo nome e la sua identità specificando di essere italiano e quindi esente dalla proibizione di entrare in Giappone. La seconda fase degli interrogatori fu gestita direttamente dal governo feudale. Portato a Edo (l’attuale Tokyo), il missionario fu internato nel Kirishitan Yashiki, la residenza-prigione dei cristiani, ed esaminato dal consigliere dello shogunato Arai Hakuseki, sulle ragioni del viaggio nonché su geografia, cartografia e religione dell’Occidente. Arai Hakuseki ragionava secondo una visione di modernizzazione dell’Impero mantenendo salva l’autarchia dello stesso ed era quindi fortemente interessato a tutti gli elementi innovativi provenienti dall’Occidente. In quel 1709 l’inquisitore rimase affascinato dall’uomo che aveva davanti. Secondo i verbali trascritti dal missionario saveriano, Lorenzo Contarini, si trattava di uno straniero vestito con fogge locali ma dalla lingua incomprensibile, un «erudito occidentale» di «vasta cultura e forte memoria» che, «senza pari» nell’astronomia e geografia, esponeva «la sua dottrina religiosa senza una parola che si avvicinasse alla logica», ma del tutto simile «a quel che dicono i Maestri Buddisti» .

In un Paese imbevuto di cultura tradizionale e fuorviato dalla aggressiva propaganda protestante olandese, Sidoti salvò inizialmente la propria vita. Il nuovo corso dell’impero, unificato dallo shogunato, iniziava a introdurre delle riforme anche grazie all’aiuto delle scienze e delle tecnologie occidentali e Sidoti fu visto come un sapiente che poteva portare nuove informazioni. Fu dimenticato nella prigione di Edo. Nonostante la decisione di Hakuseki di non sottoporlo ai tormenti, nella solitaria vita a cui fu destinato dalle leggi ferree in vigore, il missionario convertì i suoi carcerieri, un’anziana coppia di sposi e li battezzò, sapendo di firmare la sua condanna a morte. Il missionario, prima di affrontare l’ultimo atto della sua vita, decise di dipingere con il proprio sangue una croce sulla parete della propria cella, desiderando lasciare un segno in testimonianza del suo dolore. Sidoti e i due discepoli Chôsuke e Haru furono calati in tre buche poco più grandi dei loro corpi, alimentati quotidianamente, ma senza aria, nella putredine (il buco del missionario misurava 140 centimetri per 180 ed era il più grande).

Morì il 27 novembre del 1714 all’età di 47 anni, probabilmente per deperimento, perché gli servirono sempre meno cibo, chiudendo definitivamente la sua avventura di “ultimo missionario occidentale in Giappone”.

Trecento anni dopo, il 24 luglio 2014 a Bunkyō-ku, municipio di Tokyo dove era collocata la residenza-prigione dei cristiani, vennero ritrovati resti umani che gli esami scientifici identificarono poi come quelli del sacerdote e i due giapponesi uccisi con lui.

Un libro scritto da Mario Torcivia: Giovanni Battista Sidoti, Missionario e martire in Giappone, edito da Rubettino, ricostruisce la figura di quello che i cattolici giapponesi considerano un vero un martire della fede. Fin dall’inizio, quella intrapresa in solitaria da Sidoti, era chiaramente un’impresa quasi suicida e destinata al fallimento. L’incontro con Arai Hakuseki però trasformò il fallimento in una testimonianza preziosissima del dialogo interculturale tra il mondo occidentale cattolico e l’impero giapponese.

di Generoso D’Agnese