· Città del Vaticano ·

Il libro «Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti»

Esperto quanto mi costi

Joaquin Phoenix e Robert De Niro in una scena del film Joker (2019)
16 dicembre 2020

«La natura ha creato il virus ma è il sistema tecnologico ad averlo trasformato in un'epidemia. Così ci ha posto il suo estremo ricatto: sacrificare la nuda vita oppure accelerare verso la distopia». Sia stata effettivamente la natura o piuttosto una scriteriata sperimentazione in laboratorio a determinare il disastro ancora in corso, la considerazione che Raffaele Alberto Ventura affida alle prime pagine del suo ultimo libro (Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi 2020, pagine 232, euro 14) contiene elementi difficilmente confutabili. Le caratteristiche intrinseche dell’attuale modello di società hanno indubbiamente amplificato la diffusione del virus, attraverso la moltiplicazione dei contatti, la catena economica alla quale affidiamo il nostro benessere e la nostra sicurezza. Considerazioni che ci hanno spinto, più o meno onestamente e concretamente, a interrogarci sul senso del nostro stile di vita.

Ventura però, analista del Groupe d'études géopolitiques di Parigi, scrittore emergente, al suo terzo libro di successo dopo “Teoria della classe disagiata” e “La guerra di tutti”, va oltre una generica condanna e già nel titolo punta il dito contro una categoria ben identificata, quella dei cosiddetti “competenti”. “Una rivolta globale contro gli esperti sta iniziando”, diceva il fisico Stephen Hawking in occasione del suo ultimo intervento pubblico, evidenziando il diffuso sentimento di insofferenza che in molti campi si riscontra nei confronti del “sapere”, vero o presunto. Le informazioni contraddittorie di scienziati e virologi, la mole di notizie non verificate date in pasto al pubblico da media compiacenti, la cosiddetta infodemia, non hanno certo contribuito a cambiare il clima. Come ricorda opportunamente Ventura, già Max Weber parlava a suo tempo degli “specialisti senza spirito”, la classe dei funzionari nati a seguito della crescita gigantesca del ruolo della burocrazia e della centralizzazione delle decisioni nelle società dell’epoca. Oggi “i competenti” appaiono piuttosto il prodotto della “società della sicurezza”, che è allo stesso tempo, paradossalmente, la “società del rischio”, giacché nell'illusione di mettersi al riparo dal pericolo il nostro mondo finisce con il produrre le stesse minacce che vorrebbe evitare, esattamente come accade con l'eccesso di farmaci o con l'ipocondria.

Il concetto generale di sicurezza, scrive l'autore, nei suoi significati di “essere al sicuro dai rischi” e di “essere sicuri” di una certa verità, infatti, «indica il modo in cui la tecnica ambisce a rendere il mondo e la vita intera massimamente prevedibili attraverso leggi, procedure e competenze». Come in tempi passati il dominio burocratico ha finito con l'essere per esempio il frutto amaro del socialismo reale, allo stesso modo — è la tesi di Ventura — il dominio tecnocratico è ora la linfa del “capitalismo reale”. Protagonisti ne sono appunto i “competenti”. Almeno fino a quando la legittimità di questi ultimi non viene messa in discussione da crisi sanitarie, ecologiche, sociali ed economiche. «Una cosa è certa – scrive l’autore del libro — : nel momento in cui il sistema si pone come monopolista radicale della sicurezza, avendo annientato ogni concorrenza nel suo movimento di espansione, esso si trova ad essere necessario anche quando è inefficace: la sua legittimità discende dal fatto che non esiste più alcuna alternativa». Altrimenti non si spiegherebbe perché continui ad esistere, considerato che, come si è visto anche in alcune fasi della pandemia, «in certi casi lanciare una moneta potrebbe risultare una pratica non molto più imprecisa che richiedere il parere di un esperto. E ci costerebbe molto meno». In sintesi, l’attuale sistema economico, sociale e politico per continuare ad esistere assume sempre maggiori rischi, richiedendo perciò competenze sempre più sofisticate a fronte di un’utilità sempre minore.

Ventura è figlio della sua epoca, e nel dispiegarsi dei suoi ragionamenti spesso, accanto a grandi sociologi, economisti e scienziati cita frasi celebri o dialoghi di film o personaggi di fumetti: utilizza in maniera brillante gli elementi di una cultura plasmata più attraverso il confronto con paventate distopie che con il sogno di mondi migliori (“Sbaglio o là fuori stanno impazzendo tutti quanti?” è la frase tratta dal pluripremiato film Joker, del 2019, che apre il capitolo 1 del libro, insieme a quella che lo stesso antieroe pronuncia rivolgendosi al commissario Gordon in un'altra avventura di Batman: “Stai facendo quello che qualsiasi uomo sano di mente farebbe nella tua situazione: stai impazzendo”).

Nella speranza che la follia non sia l'unica risposta possibile a un mondo irrazionale, Ventura evidenzia i percorsi evolutivi di un sistema avviato a suo parere a una fine fisiologica, ancorché non indolore. La parte più interessante è senza dubbio quella dell'analisi condotta anche attraverso il confronto con il passato (gli umanisti in fondo erano i “populisti” del loro tempo, osserva a un certo punto l'autore).

Il nostro sistema, dunque, per non implodere si rende sempre più dipendente dalle sue norme e da una complessità che diventa la sua gabbia. Il concetto è un po' quello, economico, dell'”utilità marginale”: arrivati a un determinato livello, quanto ricavo produce un'ora in più di lavoro, considerato il suo costo? Secondo Ventura «non è economicamente sostenibile il livello di competenza ideale» di questo sistema, nel quale ciò che conta non è neanche più il capitale economico ma il portafoglio delle proprie abilità, dei titoli acquisiti e delle relazioni sociali che appunto la classe dei “competenti” può vantare.

Un capitale, però, sempre meno produttivo. Per dirla con Robert Michel, è ormai compiuta la “sostituzione dei fini”: l'organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, è diventata fine a se stessa. E produce una grande mole di disposizioni: «La rigida applicazione della norma, anche quando si mostra inadeguata al caso particolare, presenta almeno due vantaggi al competente: da un lato lo mette al riparo da ogni contestazione; dall'altro gli consente di fornire il minor sforzo cognitivo possibile». A scapito della competenza autentica. Il “competente” acquisisce titoli, accumula cartellini: è quanto gli serve per rendersi indispensabile. Detto che, naturalmente, non basta il cartellino per essere certi che il funzionario stia effettivamente lavorando, anche la «funzione di produzione della conoscenza», scrive Ventura, è sottoposta alla logica dei “rendimenti decrescenti” e la classe dei competenti sa che «per quanta nuova sicurezza produca, ne consumerà sempre di più, per quanta incertezza riesca ad assorbire, ne produrrà sempre di nuova col solo fatto di esistere».

Per Ventura, la tentazione del populismo nasce da qui. Del resto, scrive, «la legittimazione è un debito che presto o tardi deve essere pagato». E cita Nietzsche: «Affinché un santuario possa essere eretto, un santuario deve essere ridotto in frantumi: è questa la legge, mi si indichi il caso in cui non è adempiuta». Insomma, siamo arrivati al saldo.

La crisi viene da lontano: il Novecento, afferma l'autore, è stato «la grande pattumiera in cui è stata occultata la crisi dell'imperialismo occidentale» e «se la storia lascia dietro di sé un cimitero di élite bisogna pur chiedersi come avviene il loro smaltimento». E se «davvero la storia prenderà la strada della distruzione creatrice per sostituire i suoi paradigmi in crisi, allora dobbiamo sperare che le catastrofi del passato ci abbiano insegnato un po' di prudenza, e che tra i populismi che si candideranno ad abbattere l'ordine dominante sapremo scegliere il meno devastatore». Perché «è il suono sordo dell'impatto quello che già sentiamo su di noi, ma rallentato al punto che ci siamo convinti si tratti solo di un rumore di fondo. Il nostro tempo è passato e il mondo in cui siamo cresciuti appartiene già a ieri».

C’è l’eco, in queste parole, della battuta che Vittorio Gassman pronuncia in un film che forse non rientra fra i “cult” di Ventura, essendo di un altra epoca: «Il futuro è passato — dice l’ex partigiano e poi avvocato Gianni Perego in “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (1974) — e non ce ne siamo neanche accorti». L’affermazione, poi ripresa anche da Gabriele Salvatores nel suo film “Turné” del 1990 (la ripete uno degli attori che mettono in scena il “Giardino dei ciliegi”), illustra l'amaro bilancio di una generazione che nel secondo dopoguerra aveva sognato di rivoluzionare il mondo per poi finire con l’essere risucchiata dagli ingranaggi di quella macchina che aveva portato a tanta sofferenza.

Ripetere quel fallimento ora sarebbe imperdonabile.

di Marco Bellizi