· Città del Vaticano ·

Un passo più vicini a rendere possibile la vita su un altro corpo celeste

Berremo acqua lunare?

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16 dicembre 2020

È di qualche settimana fa la notizia della scoperta di una quantità significativa, più di quanto ci si aspettasse, d’acqua sulla Luna. È di molti secoli fa, invece, la storia dell’esplorazione lunare, cominciata ad occhio nudo e proseguita con cannocchiali, telescopi, osservatori, fino ad arrivare a sonde, fotografie e ai dodici “rappresentanti” dell’umanità che vi hanno camminato col programma Apollo. La curiosità della scienza verso il corpo celeste più vicino a noi può dirsi orbitante attorno ad un’unica, semplice domanda: «Perché sei così vicina, ma sembri così diversa dalla Terra?». Appena vi capita, uscite e guardate la Luna con attenzione. Fingete di non averla mai guardata prima, ispezionatene i dettagli più evidenti. Vi troverete a osservare una luminosa distesa di toni di grigio, uno sconfinato deserto costellato di crateri. Come potrebbe essere quel sasso ingrigito un “gemello” della nostra casa, del pianeta blu coperto per il 70 per cento da acqua? La risposta è tanto semplice quanto forse inaspettata: l’ambiente. Piantate due semi a latitudini molto differenti: le due piante avranno probabilmente una vita molto diversa, pur essendo due gocce dello stesso mare. Stessa cosa per Terra e Luna: pur essendo sufficientemente probabile che si siano formate entrambe (nel loro stato attuale) dopo un impatto gigante fra una proto-Terra ed un corpo delle dimensioni di Marte, hanno una storia troppo diversa per arrivare ad un aspetto simile. La Terra è sufficientemente grande da mantenere attivo un campo magnetico e da tenere ben cucita a sé un’atmosfera che ne protegga la superficie, che ne mitighi le temperature, che in ultima analisi permetta alla vita di prosperare. A soli quattrocentomila chilometri da noi, la Luna è troppo piccola e “leggera” per fare lo stesso: l’assenza di atmosfera e campo magnetico l'hanno resa un mondo desertico, dove le rocce in superficie sono letteralmente maciullate dal continuo bombardamento di meteoriti, esaltato dalla mancanza di uno strato d’aria che possa frenarne la corsa. Nonostante l’origine comune, la scoperta dell’acqua in un mondo così desolato può essere una grande sorpresa. È già dagli anni Sessanta che abbiamo ipotizzato la presenza di ghiaccio nei crateri ai poli lunari, dove il Sole non può arrivare, ipotesi che poi è stata confermata negli ultimi anni. La recentissima scoperta della Nasa ci dice che una quantità d’acqua superiore alle attese si trova, invece, in dei crateri lunari esposti al Sole. Nonostante questa quantità sia quasi infinitesima (100 volte inferiore a quanta ne trovereste nel Sahara, ci dice il comunicato della Nasa), la scoperta pone due interrogativi molto importanti. Il primo, scientifico, riguarda il come ci sia arrivata. Tra le ipotesi principali, la più affascinante riguarda l’impatto di meteoriti e comete sulla sua superficie che ne avrebbero rilasciato il loro “carico” di ghiaccio d’acqua. L’altro, tecnologico, sulla possibilità di estrarre e utilizzare quell’acqua per le future (e non così
lontane nel tempo) basi lunari. Non ne è ancora chiara la fattibilità, ma grazie a questa scoperta potremmo essere un piccolo passo più vicini a rendere la vita possibile su un altro corpo celeste non dipendendo dalla Terra per le risorse di primaria importanza. In un futuro non troppo lontano, uno dei nostri astronauti
(e perché no, anche qualcuno di noi sulla Terra) potrebbe ritrovarsi a bere della vera acqua lunare, estratta e purificata grazie ai balzi in avanti della nostra tecnologia,
ma ottenuta grazie all’impatto di meteoriti e comete sulla nuda superficie
della nostra Luna.

di Paolo Marzioli