· Città del Vaticano ·

Un’arte dimenticata

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15 dicembre 2020

La Chiesa è un popolo che cammina lungo le strade degli uomini annunciando loro il Vangelo di Gesù “nell’attesa della sua venuta” come la liturgia invita a proclamare nel rito della messa. Questa attesa diventa ancora più intensa nel periodo dell’Avvento cioè appunto della venuta nel mondo del Verbo di Dio fatto carne. Ci sembra giusto allora dare spazio a questa attesa e quindi il lettore troverà nel giornale di oggi un “Primo Piano” dedicato a questo tema così centrale nel mondo biblico e così inattuale nella nostra contemporaneità. La Bibbia vede al centro un popolo che vive di attesa, che dipana l’intera sua vicenda muovendosi tra due poli: l’elezione (la promessa) originale e la festa (il banchetto) finale. L’Occidente figlio della modernità sembra invece aver perso il contatto con il senso dell’attesa e muoversi in un’altra direzione: l’uomo moderno è l’uomo della ricerca. Quest’uomo è artefice della sua fortuna e avverte l’attesa come un’inerzia, una insopportabile passività; ha dimenticato la lezione biblica per cui è Dio che si è messo alla ricerca dell’uomo (“Adamo, dove sei?”) e a lui è rimasto il compito opposto dell’attesa, di quella “tensione”, del resto “attesa” viene da ad-tesa, che si trasforma in “attenzione”, che nasce dall’atteggiamento della vigilanza e conduce all’esperienza dello “stupore che solo conosce” come ricordava san Gregorio di Nissa. Lo dice bene Dietrich Bonhoeffer nel brano che si può leggere nel “Primo Piano”: «Festeggiare l’Avvento significa saper attendere: attendere è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Chi non conosce la beatitudine acerba dell’attendere, cioè il mancare di qualcosa nella speranza, non potrà mai gustare la benedizione intera dell’adempimento. Chi non conosce la necessità di lottare con le domande più profonde della vita, della sua vita e nell’attesa non tiene aperti gli occhi con desiderio finché la verità non gli si rivela, costui non può figurarsi nulla della magnificenza di questo momento in cui risplenderà la chiarezza». Un brano che ricorda molto da vicino alcuni temi cari al pensiero di Papa Francesco, dal pensiero incompiuto all’importanza della domanda, e invita il lettore a prepararsi ad essere sorpreso perché, come intuisce il poeta argentino Borges nel racconto L’attesa, anch’esso citato nel “Primo Piano”: «Non c’è un giorno, neppure di carcere o d’ospedale, che non porti una sorpresa, che non sia, controluce, una rete di minime sorprese».

di Andrea Monda