· Città del Vaticano ·

Il Dante di Alessandro Barbero

Profondo con leggerezza

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14 dicembre 2020

L’anno prossimo ricorrono sette secoli dalla morte di Dante: un’occasione per concentrare di nuovo l’attenzione su una figura unica nella storia culturale italiana. Non solo il grande poeta ha contribuito in modo decisivo alla definizione della lingua che ancora parliamo, la sua opera maggiore, la Divina Commedia, è riconosciuta nel mondo come un apporto decisivo al bello e al sapere, una sintesi non superata della lunga stagione del medioevo e della scolastica, presentazione compiuta del sentire e delle conoscenze dell’umanità alle soglie di una frattura storica unanimemente individuata, che a partire dalla metà del Trecento si realizzò su tutti piani, dal clima alle scoperte geografiche, dalle pestilenze all’invenzione della stampa, dalla caduta di Costantinopoli alla diffusione delle armi da fuoco, e che ha prodotto la modernità.

In vista della ricorrenza, Alessandro Barbero, lo storico italiano di maggior fama, star del sistema mediatico con milioni di visualizzazioni dei suoi interventi presenti su youtube, capace di divulgare la conoscenza del passato in forma appassionante senza incrinare il rigore scientifico della proposta, ha pubblicato Dante (Roma, Laterza, 2020, pagine 361, euro 20), una biografia che non affronta questioni artistiche o letterarie, mentre punta a ricostruire quanto possibile della vita dell’uomo.

La tecnica narrativa è quella propria della storiografia contemporanea. Barbero si mantiene sempre molto vicino alle fonti di cui disponiamo e si concentra su di esse per evidenziare quanto sappiamo di Dante e attraverso quali canali lo sappiamo, valutando la solidità delle affermazioni che vengono fatte a suo riguardo sulla base della credibilità dei documenti su cui esse si fondano. Nello stesso tempo lo storico contestualizza la vicenda e colloca il poeta all’interno delle tensioni che agitavano la società italiana a cavallo tra xiii e xiv secolo, in particolare in Toscana e a Firenze. In quella città, allora tra le più grandi e ricche del continente, alla vittoria dei guelfi sui ghibellini fece quasi subito seguito una resa dei conti tra le famiglie dei Cerchi e dei Donati, ambedue guelfe ma alla testa delle fazioni contrapposte dei bianchi e dei neri, fino al sopravvento di questi ultimi e alla cacciata di Dante, politicamente attivo all’interno della parte soccombente e da quel momento esule nell’Italia centrale e forse per un breve periodo anche in Francia. Ciò che sappiamo di Dante ci proviene da tre filoni documentari principali: alcune biografie scritte in anni prossimi alla sua scomparsa, tra le quali sono di rilievo particolare quelle del figlio Piero e di Giovanni Boccaccio; le tracce lasciate da Dante stesso all’interno delle proprie opere, segnatamente nella Commedia, dove il gioco delle false profezie, attribuite al 1300 ma scritte in seguito conoscendo lo svolgimento degli eventi, è frequente, e infine un insieme consistente di atti pubblici di differente rilievo che certificano attività, transazioni e comportamenti che lo riguardano.

Questa ultima componente delle fonti dantesche si rivela la più solida e completa, anche se Barbero sottolinea che la selezione dei documenti è dovuta al caso e di questo bisogna tener conto. È attraverso quello che rimane di registri notarili e delle delibere assembleari degli organi di governo fiorentini che si possono ricostruire con una qualche sicurezza gli spostamenti, il tenore di vita, le posizioni politiche, gli incarichi ricoperti e le proprietà possedute da Dante, di solito insieme al fratellastro Francesco. Perduti cittadinanza e averi a causa della condanna a morte comminata nel 1302 che lo costringe all’esilio, Dante lascia da quel momento un seguito documentale molto più esiguo. Ne perdiamo le tracce in una confusione di luoghi in alcuni dei quali si è fermato a lungo, come Verona, Bologna e soprattutto Ravenna, dove trascorse gli ultimi anni, morì ed è tuttora sepolto, e altri, Pisa, Genova, Parigi, Padova, Avignone, presso la corte papale lì trasferita, Treviso, in cui si è recato quasi con certezza, ma non sappiamo né quando né per quanto tempo. La vita dell’esule, impoverito, anche se grande poeta sempre più famoso e riconosciuto, fu scomoda, insicura, a volte umiliante. Nel Paradiso, scritto durante l’esilio, inserì i celebri versi «come sa di sale / lo pane altrui, come duro cale / lo scender e ‘l salir per l’altrui scale».

Barbero racconta tutto questo, lasciando intuire le ragioni del proprio successo accademico e mediatico: la sua narrazione è piana, ma mai banale, le informazioni sono sempre dosate con grande cura, soddisfano la curiosità e non annoiano, non c’è traccia di animosità pur nella nettezza dei giudizi, manca qualsiasi nota di saccenza, il rapporto autore lettore è mantenuto tra pari.

Con la leggerezza del compagno di scompartimento che avverte di una particolarità del paesaggio fuori dal finestrino, lo storico ci accompagna attraverso uno dei periodi più complessi della storia italiana e ci aiuta a comprenderlo.

di Sergio Valzania