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Oltre 2.000 rifugiati costretti a dormire in strutture inadeguate

Crisi umanitaria in Bosnia ed Erzegovina

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14 dicembre 2020

La Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović ha inviato una lettera alle autorità centrali della Bosnia ed Erzegovina, sollecitando un maggiore impegno per far fronte alla crisi umanitaria in corso nel Paese e in particolare nel Cantone nord-occidentale dell’Una-Sana, al confine con la Croazia.

La circoscrizione ospita infatti oltre 3.000 persone fra migranti e richiedenti asilo, provenienti da Medio Oriente, Africa e Asia dopo aver percorso la cosiddetta “rotta balcanica”. Le strutture predisposte per la loro accoglienza risultano però gravemente inadeguate: il campo di Bira è stato già chiuso per volere delle autorità locali e senza l’autorizzazione di Sarajevo, con una mossa condannata dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), mentre il campo di Lipa, allestito come centro provvisorio, è ancora aperto ma risulta sovraffollato e non attrezzato per far fronte alle condizioni meteorologiche invernali. La situazione risulta particolarmente critica, dal momento che molti dei migranti ospitati in queste strutture non hanno né posti letto a disposizione né accesso a beni e servizi primari come cibo e assistenza sanitaria. Nelle stime fornite a ottobre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr) risulta infatti che oltre 2.000 rifugiati sono costretti a dormire in sistemazioni di fortuna come palazzi abbandonati e tende o addirittura all’addiaccio nelle foreste intorno ai campi. Fra questi ci sono anche circa 500 minori, molto spesso privi di tutori legali e affidati a individui con cui non hanno legami di parentela.

La situazione risulta aggravata dalle diffuse campagne mediatiche a carattere xenofobo che si svolgono nel Paese balcanico. Nel corso dell’ultimo anno si sono verificate infatti numerose manifestazioni contro i migranti e alcuni episodi di maggiore gravità come appostamenti e aggressioni ai danni degli ospiti dei campi e, a volte, anche di attivisti e volontari. Questi movimenti di odio hanno inoltre strumentalizzato la pandemia covid-19: numerose campagne sui social network identificano infatti i migranti come responsabili dell’aumento dei casi (oltre 1.200 al giorno rispetto ai 100 della prima ondata) in Bosnia ed Erzegovina.

La lettera di Mijatović, indirizzata al primo ministro bosniaco Zoran Tegeltija e al ministro della Sicurezza Selmo Cikotić, sostiene la necessità di una maggiore collaborazione fra le due entità sub-statali (Federazione di Bosnia ed Erzegovina e Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) e fra tutti i Cantoni per fare fronte a questa emergenza. La Commissaria, anch’essa di nazionalità bosniaca, critica infatti la poco chiara ripartizione dei compiti fra le autorità federali e quelle locali. Mentre le prime determinano le politiche sulla migrazione, le seconde hanno il compito di trovare e approvare le strutture di accoglienza. Ma la mancanza di coordinazione fra i due livelli, secondo Mijatović, ha portato a questa situazione di emergenza.

La crisi del Cantone dell’Una-Sana si verifica a un anno di distanza dalla chiusura del campo di Vučjak, allestito su una discarica nella stessa area e smantellato in seguito alle dure critiche pervenute dalla stessa Mijatović a causa delle precarie condizioni nelle quali vivevano gli ospiti della struttura.

di Giovanni Benedetti