· Città del Vaticano ·

Un nuovo concetto di impresa in una terra considerata locomotiva economica d’Italia

La sfida ecologica
del Veneto

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12 dicembre 2020

C’è un ragazzo che vive in simbiosi con gli alberi ed è diventato uno dei più capaci tree-climber (scalatori di alberi) d’Europa, un lavoro in cui si è adusi coltivare le piante e trattarle con rispetto. C’è il gruppo di ragazzi che si è dato una missione: piantare alberi, e piantarne ancora. C’è la coppia che ha deciso di vivere su un rimorchiatore nella laguna veneziana, un’esistenza ritmata dalla natura e dal contatto con un ecosistema fragile ma incantevole. Ci sono quel marito e quella moglie che hanno scelto di continuare la tradizione di famiglia di malgari, sulle montagne bellunesi, per non abbandonare il paesaggio e la cultura alpigiana. Tutto questo accade nel Veneto dei capannoni e delle piccole aziende a vocazione estera, la locomotiva del Nord-est che ha un pil pari a quello della Baviera, un territorio che compete con Cina e mercati esteri, forse dimentico delle proprie radici e di una tradizione che andava a braccetto con il creato curato e protetto. Vittorio Pierobon, giornalista de «Il Gazzettino», ha fatto una meritoria azione da tartufo delle notizie: ha girato in lungo e il largo la sua regione alla ricerca di “Eco-sfide” (Ediciclo, Portogruaro Venezia 2020), una raccolta di venti storie di scelte alternative nel rispetto della natura, come recita il sottotitolo del suo sagace saggio-inchiesta. Un altro Veneto, insomma, viene fuori dalle storie di Pierobon: una carrellata di personaggi bizzarri ma niente affatto lunari, pionieri, ognuno a modo proprio (alcuni in maniera davvero singolare: c’è quello che ha 40 felini in giardino o il collezionista di bonsai di livello mondiale) nel prospettare un possibile ritorno ad una relazione amica e non più predatoria con l’ambiente.

«La tentazione di infischiarsene, del mondo che lasceremo alle future generazioni, e pensare agli interessi personali è sempre presente», argomenta Pierobon introducendo le sue storie di amici del creato. «E i risultati si vedono: il livello di inquinamento raggiunto dal nostro pianeta è vicino al punto di non ritorno». E allora fa bene leggere queste esperienze di una vita diversa, più lenta e conforme ai ritmi della natura. Come quella di Pietro Maroè, il ragazzo che scala gli alberi. Il quale ricorda una verità fondamentale spesso dimenticata: «Se l’uomo sparisse domani dalla terra, gli alberi potrebbero continuare a vivere e anche meglio di oggi. Ma se sparissero gli alberi, l’uomo sarebbe morto. Sono fondamentali per l’esistenza del genere umano. La nostra specie si sta suicidando ma non ce ne rendiamo conto». Maroè, che collabora perfino con l’Agenzia spaziale europea a un progetto di mappatura satellitare delle foreste, non ha dubbi nel ricordare che la Bibbia prospettava un altro progetto sul rapporto uomo/creato: «Nella Genesi è scritto che nel settimo giorno della Creazione, Dio disse che l’uomo era padrone di tutte le cose. Ma la traduzione dell’aramaico è stata storpiata. Nella Sacra Scrittura Dio dice che l’uomo deve essere custode, non padrone, di tutte le cose. E la differenza si vede, purtroppo».

Christian Marcolin, da parte sua, con la onlus padovana da lui fondata — Spiritus Mundi — dimostra che glocale è il modo giusto per impegnarsi sulla scia della Laudato si’: questa associazione di giovani ha già raccolto l’adesione di 37 comuni del padovano per piantare un nuovo bosco nel proprio territorio: «Ognuno nella vita deve fare qualcosa per migliorare questo mondo. Non possiamo comportarci come tanti Ponzio Pilato, lamentarci perché l’inquinamento ci soffoca, la plastica ci sommerge, le api muoiono, i boschi spariscono e aspettare che siano gli altri a fare qualcosa». Lui ci sta provando: «Abbiamo già prenotati sessantamila alberi da piantare». Un idealismo che fa i conti con la realtà: «La pianura padana è l’area più inquinata d’Europa. una volta era ricoperta, come racconta Tito Livio, da settantamila ettari di bosco, ora sono rimasti soltanto cinquanta ettari. La presenza di boschi è segno di vitalità della natura, è salute per l’uomo» E se “tutto è connesso” — Francesco scripsit — Marcolin evidenzia che malattie umane e inquinamento non sono entità così slegate tra loro: «C’è uno studio del professor Gallo sulla diffusione della sclerosi multipla in provincia di Padova: è aumentata di sette volte negli ultimi cinquant’anni e la sua diffusione cresce nelle zone più inquinate. Numeri impressionanti».

Se si sale in montagna, il libro di Pierobon (che fa un’incursione anche in laguna, raccontando la storia “alternativa” di due irregolari come Maria Luisa De Bin e Paolo Beraldo, che hanno scelto di stabilirsi sull’acqua, adibendo un rimorchiatore — l’«Impetus» — a loro dimora abitativa e lavorativa) riferisce la scelta di vita di una coppia di malgari, Daniele Gallina e Tiziana Miuzzi, stabilitisi a Malga Piz, 1450 metri di altitudine, versante bellunese del Monte Grappa, comune di Alano di Piave. «Qui la vita è dura. Durissima». Sveglia alle quattro e mezza, mungitura delle vacche, poi portate al pascolo, lavorazione del latte per trarne formaggio, di nuovo le mucche portate al pascolo e nuova raccolta del latte. La scelta di persone come Daniele e Tiziana ha anche ripercussioni positivi sull’ecosistema: dal 1970 al 2000 in Veneto si è perso circa il 35 per cento del territorio da pascolo, a vantaggio del bosco. «Fino a qualche anno fa i giovani sceglievano la fabbrica. Ora sta cambiando, c’è un ritorno alla natura». Un revival che fa riscoprire a tanti la bellezza del creato.

di Lorenzo Fazzini