· Città del Vaticano ·

LABORATORIO - DOPO LA PANDEMIA
Ciò che la vita ci insegna è saper fare domande più grandi

Quali parabole
per questo tempo

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11 dicembre 2020

Pubblichiamo l’intervento pronunciato dal cardinale il 25 novembre scorso durante l’assemblea della  Conferência Nacional dos Bispos do Brasil.

Un tipo di comunicazione di Gesù che fa pensare è quello latente in frasi che fungono da formule introduttive al suo discorso, come questa: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò?»  (Lc  13, 18). Forse ancora non valorizziamo adeguatamente queste frasi, che sembrano solo semplici strutture di passaggio ma che in realtà sono molto di più. È importante che ci domandiamo a che cosa mira Gesù con questo espediente linguistico e che cosa c’insegna sul suo metodo d’interpretazione della realtà. In tal senso, direi che ci sono tre cose che risultano evidenti.

La prima è che non sempre è facile interpretare la realtà. In tante situazioni è come se resistesse al nostro modo consueto di descriverla e lo mettesse in crisi. In realtà, la domanda «a che cosa è simile il regno di Dio?» introduce una sorta di pausa riflessiva, un distanziamento rispetto alle conoscenze acquisite; instaura un tempo più lento dedicato all’ascolto.

La seconda cosa che impariamo con questi interrogativi di Gesù è che per spiegare la vita di Dio e degli uomini approfonditamente abbiamo bisogno di parabole e di paragoni. E abbiamo bisogno di parabole o di paragoni che siano nuovi, che rilancino il compito di guardare. Le domande di Gesù, di fatto, fanno spazio a un discorso non teorico, ma narrativo, esistenziale e simbolico. Perché la narrativa e l’attenzione al simbolo ci fanno sintonizzare direttamente con il reale della vita, ed è lì che Gesù colloca la rivelazione del Regno di Dio. Sappiamo però come non è facile entrare in comunicazione con questo nucleo vitale e, al contrario, com’è allettante sorvolare teoricamente la realtà o restare indifferenti ad essa, anche a quella che ci è più vicina.

La terza cosa che apprendiamo è che il discorso di Gesù ha come fine conquistare i cuori per il Regno di Dio, invece di rimanere un mero esercizio di retorica. La retorica maschera la realtà attraverso le parole, procrastinando il desiderio di verità e di autenticità. Tanto differente dalla persuasione evangelica che cerca di generare nel soggetto credente la piena autoconsapevolezza del presente modellato da Dio, indicando che il kairos  si dispiega proprio all’interno del kronos , presentando come sfida per un’ermeneutica profetica ciò che sembra solo un’incerta convulsione della storia, sfidandoci ad accogliere il qui e ora, nella loro indeterminatezza e durezza, come un misterioso radar per sondare il futuro.

È bene che ci poniamo domande


«A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò?» (Lc  13, 18). Immersi in questa situazione storica distopica creata dalla pandemia, che ci ha colti tutti impreparati e ha messo in luce una vulnerabilità molto più grande di quella che pensavamo di avere, anche noi ci poniamo domande: «A che cosa è simile questo tempo? A che cosa lo dobbiamo paragonare?». Ci rendiamo conto, e in modo drammatico, che anche i nostri discorsi, le nostre prassi consolidate, i nostri spazi, la nostra organizzazione, da un momento all’altro, sono stati messi in crisi o dichiarati inadeguati. E, trascorsi questi mesi, dentro di noi sappiamo com’era il passato, ma non sappiamo ancora esattamente come sarà il futuro.

Tuttavia, Gesù anche qui è il nostro Maestro, perché ci esorta a una auscultazione più profonda della realtà e a porci coraggiosamente domande, invece di precipitarci a cercare nella nostra bisaccia ciò che riteniamo essere già delle risposte. Di fatto, un elemento di novità di questi difficili tempi che stiamo vivendo è il patrimonio di domande che molti si stanno facendo, domande che non vertono solo sull’immediato e sulla sua ossessionante vertigine, ma che si soffermano sul senso della vita, sulla valutazione critica di quello che la società moderna considera prioritario, sul modo in cui ognuno abita il reale. È un bene che ci poniamo domande. Non sprechiamo l’opportunità che il farci domande rappresenta. Lo scrittore João Guimarães Rosa diceva: «Vivendo, s’impara; ma ciò che s’impara di più è a fare altre domande più grandi». La Chiesa ha questa responsabilità: di promuovere “domande più grandi”.

La piazza vuota e la barca dove stiamo tutti


Quali parabole e paragoni del nostro linguaggio e della nostra esperienza vitale possono oggi avvicinare al Regno di Dio? Quali parabole e paragoni ci stanno aprendo alla comprensione, a partire da questo momento del mondo che, come sottolinea Papa Francesco, non è caratterizzato solo da una marea di cambiamenti, ma è effettivamente protagonista di un cambiamento di epoca? Ricordo le parole da lui pronunciate, nel novembre 2015 a Firenze, e rivolte ai partecipanti al v  Congresso della Chiesa Italiana: «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli».

È stato lo stesso Papa Francesco ad offrirci, in uno dei momenti più terribili del corso di questa pandemia, due immagini simboliche che ci aiutano a concretizzare ciò che il concilio Vaticano ii , nella Gaudium et spes , definiva il «dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (n. 4).  Nella sua straordinaria preghiera sul sagrato davanti alla basilica di San Pietro (27 marzo 2020), il Santo Padre ci ha offerto due immagini che a prima vista sembrano contrapposte, poiché da un lato abbiamo il vuoto e dall’altro il pieno, da un lato abbiamo la piazza senza nessuno e dall’altro abbiamo la barca dove stanno tutti.  L’immagine di piazza San Pietro rappresentava simbolicamente l’inaudita situazione drammatica delle nostre strade improvvisamente silenziose, degli spazi pubblici spopolati, delle nostre chiese vuote a causa dell’emergenza sanitaria e della necessità di confinamento. Il vuoto è la parabola che i nostri occhi vedono. Ma Francesco per interpretare quell’immagine ha scelto un’immagine evangelica di senso opposto. Di fatto, nel brano di Marco 4, 35-41, il Papa ha sottolineato che, «presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa», «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Il vuoto, rivisto attraverso il paragone che ci viene dato dalla Parola di Dio, non è solo vuoto, ma possibilità di acquisire una nuova consapevolezza di tutto ciò che ci connette come comunità umana. Uno dei frutti di questa pandemia, possiamo dirlo, è già l’enciclica Fratelli tutti  sulla fraternità e l’amicizia sociale, che spiega come «una tragedia globale come la pandemia del covid-19» ci ricorda «che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (n. 32) e che c’è una cosa ancora peggiore della pandemia: è il virus del “si salvi chi può”, che si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti” (n. 36).  In realtà, come ha scritto Albert Camus nel suo romanzo La peste , il bacillo della peste può arrivare e andarsene via senza che il cuore dell’uomo cambi. Il compito urgente che oggi spetta alla Chiesa è di lavorare il cuore umano e persuaderlo della verità del Vangelo, credendo che dentro questo kronos , con la forza generatrice dello Spirito Santo, può emergere il kairos .

La sala degli abbracci e il portale


«A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò?» (Lc  13, 18). Se ci guardiamo attorno, persino in un tempo che sembra blindato nella sua incertezza, sono tante le parabole che ci vengono raccontate. Ne menziono brevemente tre: due tratte dai giornali e una dalla Parola di Dio. La prima è accaduta in una casa di riposo per anziani, in Italia.  Sappiamo che la pandemia ha costretto a tanti “lutti relazionali”: dai distanziamenti interpersonali alla sospensione dei saluti che ci scambiavamo gli uni gli altri (la stretta di mano, l’abbraccio tra amici, il bacio tra parenti), impedendo l’esercizio comune della nostra umanità e facendo crescere l’isolamento e la solitudine. Tra la popolazione più anziana un rischio reale è il senso di abbandono e la depressione, perché mancano le visite, la vicinanza e gli affetti. Ebbene, quell’istituto ha creato la stanza degli abbracci. Nel rispetto di tutte le norme sanitarie, gli ospiti della casa di riposo potranno abbracciare i propri figli, nipoti e parenti, protetti da una speciale tenda di plastica, che permette loro di dialogare senza difficoltà e avere anche un contatto visivo e fisico che fa sì che si sentano sostenuti e rafforzati emotivamente. Questa parabola della stanza degli abbracci ci fa chiedere che tipo di necessità è?  Quale parabola ci viene raccontata per tutti gli abbracci non dati e per il desiderio di tornare alle consuete espressioni dei nostri affetti? Un abbraccio è una scuola di umanità. Un abbraccio è una lunga conversazione che avviene senza parole. Ha una potenza espressiva incredibile. Comunica la disponibilità a entrare in relazione con gli altri, superando il dualismo, facendo cadere armature e pretesti. Gli abbracci sono l’architettura intima della vita, il suo disegno invisibile; sono pienezza consentita all’affetto che riconcilia e rinvigorisce. In un abbraccio, tutto ciò che deve essere detto viene scandito nel silenzio, e avviene un qualcosa che è tanto preziosa e in fondo tanto rara: senza difese, un cuore si pone all’ascolto di un altro cuore. È bello vedere come la pandemia ci risveglia per farci riconoscere il valore delle dimensioni della vita e dell’umanità e, in tal senso, ci riconduce all’essenziale.

Ancora una parabola presa dai giornali è quella che nasce in un testo della scrittrice di origine indiana Arundhati Roy: l’immagine del portale. Scrive: «Storicamente le pandemie hanno obbligato gli esseri umani a rompere con il passato e a immaginare di nuovo il proprio mondo. Questa non è diversa. È un portale, una porta tra un mondo e quello seguente. Possiamo scegliere di attraversarlo trascinando dietro di noi gli scheletri del nostro pregiudizio e del nostro odio, della nostra avarizia, della nostra banca dati e idee morte, dei nostri fiumi morti e dei cieli pieni di fumo. Oppure possiamo attraversarlo camminando leggeri, con poco bagaglio, pronti a immaginare un altro mondo».

Il messaggero e il campo nuovo


Quando penso a quello che oggi ci sta dicendo la Parola di Dio spesso mi torna in mente il capitolo 32 del Libro del profeta Geremia. La sua situazione non poteva essere più complessa, se non addirittura disperata. Geremia era prigioniero nella reggia di Giuda, accusato di aver profetizzato contro il re Sedecìa, annunciandogli la sconfitta contro Nabucodonosor, la distruzione di Gerusalemme e l’esilio del popolo a Babilonia. Ebbene, proprio in quel contesto storico estremo si presentò da Geremia un messaggero con una proposta sorprendente controcorrente. Gli fece visita suo cugino Canamèl che gli disse: «Comprati il mio campo che si trova in Anatòt, perché a te spetta il diritto di acquisto e a te tocca il riscatto» (v. 8). Essendo un’iniziativa così nuova e sbloccante, Geremia comprese che quella parola proveniva dal Signore. Nella sua preghiera il profeta tuttavia non smise di manifestare la sua paura: «Le opere di assedio hanno raggiunto la città per occuparla; la città sarà data in mano ai Caldei che l’assediano con la spada, la fame e la peste… E tu, Signore Dio, mi dici: Comprati il campo con denaro e chiama i testimoni, mentre la città sarà messa in mano ai Caldei» (vv. 24-25). E il Signore gli rispose con una promessa: «Ecco, li radunerò da tutti i paesi nei quali li ho dispersi…  li farò tornare in questo luogo e li farò abitare tranquilli… Concluderò con essi un’alleanza eterna» (vv. 37.40).

Che tempo è questo in cui stiamo vivendo? A che cosa dobbiamo paragonarlo? Possiamo, effettivamente, guardare solo all’assedio devastante di questa crisi che è iniziata come crisi sanitaria, ma che ha presto contagiato tanti altri ambiti, divenendo una crisi poliedrica: economica, sociale, politica, ecclesiale, di civiltà. Oppure possiamo percepire, in una lettura credente e speranzosa della storia, come fa Dio instancabilmente, che questo momento, con tutte le sue costrizioni, in fondo è un kairos , un’opportunità per rilanciare la nostra alleanza con la vita. Questo non è il momento di lasciar cadere le braccia in un gesto di sconforto, ma è un tempo per scommesse di fiducia.  Non è solo una battuta di arresto che ci lascia come sospesi in una dolorosa indeterminatezza: è anche una sfida a interloquire con il futuro e a compiere passi concreti nella sua direzione. Non è solo un tempo per chiudere la semente nel granaio in attesa di condizioni che riteniamo propizie: questo è un tempo buono perché i seminatori vadano nel campo e i pescatori si avventurino nel lago. Non è soltanto una stagione per gestire crescenti afflizioni: è anche l’occasione in cui Dio ci ordina di arrischiare come Chiesa e di comprare un campo nuovo.

«A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo paragonerò?» (Lc  13, 18), si domandava Gesù. Oggi spetta a noi fare questa domanda. A tal fine abbiamo però bisogno di compiere un’auscultazione spirituale e autentica della vita; abbiamo bisogno di non chiuderci in un discorso astratto o in un sistema chiuso, ma di aprirci a letture della storia e degli esempi che sono oggi dinanzi ai nostri occhi; abbiamo bisogno, in definitiva, di un’ermeneutica profetica della storia che riveli che Gesù Cristo è il suo centro.

di José Tolentino de Mendonça