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Appunti di viaggio

Il santo sufi
i grattacieli e i pescatori

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11 dicembre 2020

Migliaia di pescatori del delta dell’Indo, in Pakistan, ogni anno si recano a pregare con le loro famiglie sulla tomba del santo sufi Yousuf Shah, nell’isola di Buldan, 120 chilometri quadrati ricoperti da foreste di mangrovie, al largo di Karachi. Yousuf Shah è un nome pressoché sconosciuto tra i grandi maestri dell’islam, non però per chi vive in questo angolo del mondo e vede in lui il protettore della gente di mare, un simbolo della propria cultura e delle proprie radici. Sono proprio le foreste di mangrovie di Buldan e della vicina isola di Boddo a filtrare e purificare le acque circostanti e a renderle il luogo più pescoso di tutto il Delta. Anche di ciò i pescatori ringraziano il Santo Sufi durante la celebrazione di tre giorni in suo onore ad ogni fine autunno, quando l’isola di Buldan, abitata nei restanti mesi solo da pochi cammelli e dagli uccelli migratori che ne hanno fatto un rifugio, si trasforma in una città rumorosa, tra accampamenti di tende e bazar improvvisati, festoni colorati e canti rituali. Stavolta però la festa è stata velata di tristezza e preoccupazione. Potrebbe essere infatti l’ultima.

Il governo federale pakistano, con un decreto dello scorso ottobre, ha deciso di prendere il controllo di Buldan e di Boddo — che si trovano nelle acque della provincia del Sindh alla confluenza tra l’ Indo e il mar Arabico — per trasformarle in una megalopoli insulare, libera da dazi: grattacieli, centri commerciali, condomini di lusso. Come Dubai, «anzi meglio di Dubai», promette il primo ministro pakistano Imran Khan.

Sul tavolo ci sono 50 miliardi di dollari per gli investimenti. Molti capitali proverrebbero proprio dagli Emirati arabi del Golfo. Le autorità federali annunciano la creazione di 150 mila nuovi posti di lavoro. «Altro che nuova occupazione. Per noi sarà la catastrofe», dice Malah, uno dei tanti pescatori presenti al santuario del patrono sufi, ai giornali locali. «Il mare e la pesca sono la nostra vita. Il nuovo progetto ci toglie ogni possibilità di sopravvivenza, annienta le nostre tradizioni e ci priva di ogni speranza». Malah, che ora ha una sessantina di anni, ha pescato in queste acque da quando era dodicenne. Ha figli e nipoti pescatori. Nel Delta dell’Indo, nelle centinaia di villaggi che orbitano attorno a Karachi abitano sei milioni di famiglie che tirano avanti grazie alla pesca.

Le isole di Buldan e Boddo fanno parte di un delicato ecosistema che finora — affermano gli ambientalisti — ha evitato il tracollo. Non solo perché, grazie alle foreste di mangrovie (tra le più vaste del mondo a queste latitudini), costituiscono una riserva di pesca essenziale per la popolazione del Delta. Ma anche perché costituiscono una barriera naturale in grado di attenuare le mareggiate che periodicamente sommergono le strade di Karachi, durante la stagione degli uragani. Tra l’altro, la nuova megalopoli voluta dal primo ministro pakistano si troverebbe in prima linea di fronte al mare aperto e alle sue tempeste, fanno notare in molti.

Grazie a mobilitazioni popolari, le isole avevano già evitato, nel 2006 e nel 2013, distruttive speculazioni edilizie. Stavolta la mossa delle autorità federali sembra essere ultimativa, anche se il presidente dell’Associazione dei pescatori pakistani, Mohammed Ali Shah, continua a ritenerla illegale, in quanto «il governo non ha l’autorità di impossessarsi di isole che si trovano in una provincia». Le speranze si stanno però indebolendo. I giornali pakistani fanno capire che i giochi ormai sono fatti. I pescatori e le loro famiglie pregano per un’ultima volta sulla tomba del Sufi, la carezzano con dolcezza come per un addio e risalgono sulle barche per fare ritorno ai loro villaggi sulle sponde dell’Indo, dove li attende un futuro pieno di incognite. Già nelle ultime settimane sono apparsi strani vigilantes e la pesca è diventata più difficile.

di Elisa Pinna