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«Fratelli tutti» - Per una lettura dell’enciclica di Papa Francesco

Il cammino del dialogo

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11 dicembre 2020

Sotto molti aspetti il lavoro apostolico di Papa Francesco può essere paragonato a quello di sant’Agostino, il vescovo d’Ippona che sosteneva un approccio rigoroso alla disciplina interna alla Chiesa e tuttavia manteneva uno sguardo compassionevole sulla realtà umana che lo circondava, e che può essere considerato il primo fautore dell’amore come valore politico. In De civitate Dei affronta la storia secolare e la politica con metodica diffidenza e immagina una “politica” basata sui principi perenni della rivelazione divina come costitutivi dell’identità cristiana.

Fratelli tutti, la recente enciclica di Papa Francesco, ripropone l’amore come valore politico e continua a rappresentare lo sguardo compassionevole del Signore sulla miseria umana. Al contempo ridefinisce progressivamente l’idea dell’identità cristiana. Di fatto, al centro dell’enciclica c’è una sfida radicale a tutte le identità ripiegate su se stesse, siano esse locali, culturali, politiche o religiose. La sfida a crescere oltre se stesse, trovando il giusto equilibrio tra crescita integrale e dono di sé. Le sfida a eliminare i confini correlando in modo dinamico e corretto l’ambito locale e quello globale, la sfera politica e quella spirituale, la storia e gli aspetti perenni delle loro autodefinizioni. Il documento suggerisce profeticamente che l’equilibrio corretto non è quello sicuro, bensì quello difficile: un equilibrio che assicuri progresso.

Un’economia di cura


Fratelli tutti
non si occupa in primo luogo degli aspetti economici del benessere umano, ma della consapevolezza che la disuguaglianza economica rappresenta un grande ostacolo alla costruzione della fraternità autentica. Partendo dall’insegnamento magisteriale precedente sulla proprietà privata e il suo giusto uso (n. 123), affronta numerosi contesti della vita moderna in cui l’atteggiamento verso il benessere materiale produce divisioni tra individui, nazioni e società. Le forze economiche sono all’opera, per esempio, dietro il crescente isolamento e la riduzione degli individui a consumatori (n. 12), l’alienazione e l’abbandono delle persone che «non servono più» (nn. 18-19), la limitazione e l’errata interpretazione di diritti e opportunità, (nn. 20, 22), la diffusione di odio e violenza attraverso la falsa informazione (n. 45), la violenza celata sotto varie spoglie culturali e politiche (n. 25) e la marginalizzazione degli immigranti (n. 37). A essere intimiditi dalle forze di mercato non sono solo gli individui, ma anche le piccole nazioni (n. 51), e talvolta le nazioni trattano i loro vicini con paura e diffidenza caratteristiche dell’ideologia individualista (152). Il populismo e il capitalismo liberale, le due ideologie dominanti che controllano il mercato e la psiche politica, riescono solo a ingannare le persone a beneficio di pochi; e le ideologie di sinistra che possono consolare gruppi più piccoli rimangono inefficaci su scala più vasta. Papa Francesco fa notare che non possiamo permettere agli ideali falsamente concepiti della libertà e dell’efficienza, così come vengono promossi dall’economia di mercato, di determinare la nostra vita. Tra le soluzioni a tale situazione suggerisce una presa di decisioni inclusiva (nn. 137-138), la promozione della solidarietà (114-117), e il «riproporre la funzione sociale della proprietà» (nn. 118-120). Ma soprattutto bisogna essere davvero fratelli. «Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita» (110). E, come spiega il Pontefice attraverso l’immagine principale del buon Samaritano, accompagnamento significa sia la cura personale prestata al proprio fratello nel bisogno sia l’assicurare che i sistemi di cura vengano utilizzati (l’albergo nella parabola, n. 78).

Una politica dell’amore


È facile comprendere che in Fratelli tutti il principale riferimento del Papa come sistema di cura sia lo Stato nazione e che egli si basa sulla visione tradizionale cattolica secondo la quale la Chiesa e lo Stato devono collaborare per il bene comune. I problemi del nostro tempo sono talmente grandi da non poter essere risolti solo attraverso la cooperazione tra individui o piccoli gruppi (n. 126). Gli Stati hanno un ruolo importante da svolgere in questo contesto. Mentre gli Stati idealmente sono concepiti come sistemi che proteggono i diritti inviolabili con i quali gli individui nascono e devono prosperare, attualmente essi sono dominati dalle forze dell’economia di mercato (n. 172) e da una forma collettiva di individualismo che conduce al nazionalismo esclusivo (nn. 141, 152). Le crisi umanitarie in diverse parti del mondo rendono inevitabile la migrazione e ne deriva una nuova interpretazione dei diritti inviolabili delle persone di vivere con dignità — compreso il diritto alla terra oltre i confini delle loro nazioni di origine (nn. 121-126). Anche l’attuale pandemia rivela i limiti dei governi dominati dagli interessi economici e nazionalistici. Pertanto, gli Stati devono affermare la loro autorità sull’economia (n. 177) e voler forgiare «un progetto comune per l’umanità presente e futura» (n. 178). Per fermare il prevalere dell’economia sulla politica «diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare» (n. 172). Come misura concreta, il Papa chiede una riforma delle Nazioni Unite (n. 173).

Entriamo qui nelle dimensioni concrete degli insegnamenti magisteriali di Benedetto xvi sull’aspetto politico dell’amore, presentato sommariamente in Deus caritas est (n. 28b) e spiegato ulteriormente in Caritas in veritate (7 et passim). L’impegno per il bene comune, espresso attraverso gesti di cura reciproca, diventa una forza che può davvero cambiare il mondo. La carità illuminata dalla verità — sulla vera natura e la dignità degli uomini — è «il nucleo dell’autentico spirito della politica» (n. 187). Qui la carità non solo ispira un atto personale, ma tende anche a trasformare le strutture sociali (186), incoraggiando gli altri ad affrontare le miserie della condizione umana da soli, con dignità (187). Aiuta i politici a vincere gli impulsi populisti e a trovare soluzioni efficaci alle situazioni di esclusione sociale e ingiustizia. La carità li spingerà a passare dai bei discorsi all’azione concreta, prima di tutto e anzitutto garantendo i diritti fondamentali — come il diritto al cibo (n. 189) — a tutte le persone ovunque.

Per rendere l’amore un valore culturale e politico dobbiamo essere pronti a superare gli aspetti della frammentazione culturale prevalenti nella nostra società attuale e a rinunciare a ricercare il successo in vista di una fecondità autentica. Occorre una forza particolare per essere teneri, per avere «l’amore che si fa vicino e concreto» (n. 194). Serve anche coraggio per avviare azioni i cui frutti verranno raccolti da altri. Senza queste qualità, che sono quelle del buon Samaritano, non c’è amore politico. È con questa forza e questo coraggio, pervasi della speranza cristiana che l’amore può trasformare la vita e le sue strutture, che il Papa esorta a rinnegare il terrore — compreso quello della guerra — nell’attività politica e ad abolire la pena di morte (nn. 255-270).

Un’etnicità della fraternità universale


Il superamento dei confini fissati dalle differenze etniche (e religiose) con coraggio e generosità è un aspetto centrale del racconto del buon Samaritano. Tuttavia, lo straniero incontrato per strada è un segno problematico del nostro tempo, come emerge dal contesto della migrazione. I retaggi nazionali e culturali che costituiscono le etnicità sono molto importanti: non vanno semplicemente accantonati o trascurati. Occorre però incoraggiare le culture ad aprirsi ad altre culture in un dialogo mutuamente fecondo; e lo stesso vale per le identità nazionali. Le etnicità devono progredire, pur rimanendo radicate nel loro substrato culturale originale (nn. 134-137). Naturalmente questi incontri devono essere sostenuti da azioni governative, come l’aiuto allo sviluppo alle nazioni più deboli e la validazione politica e la sistemazione degli emigranti. Ma l’attenzione maggiore in Fratelli tutti è posta sulla costruzione della famiglia più estesa, la famiglia umana. Il vero valore di una nazione risiede nella sua capacità di pensare a se stessa non solo come nazione, ma anche come parte di una famiglia umana più grande (n. 141).

Il documento certamente fa riferimento al fondamento teologico della famiglia umana, al fatto che tutti sono figli dell’unico Padre (n. 46) e che tutti fanno parte del disegno universale di redenzione in Cristo (n. 85). Ma l’appello più frequente è rivolto alla natura umana stessa (n. 87). Gli esseri umani hanno l’innata (n. 70) capacità, e quasi la necessità, di essere connessi gli uni con gli altri. Forse il Santo Padre percepisce questo come un terreno più inclusivo per realizzare la fraternità universale. Tuttavia, tale capacità innata ha una dimensione teologica (n. 93) e le virtù morali trovano il loro significato più pieno solo con «la carità che Dio infonde» (n. 91). Questo amore che ci aiuta a cercare per gli altri il meglio per la loro vita (n. 104) e fa emergere quello che c’è di meglio in noi per il bene di tutti coloro che ci circondano. Quest’amore, che è universale nella dimensione sia geografica sia esistenziale, è la vera forza vitale della fraternità umana.

Il Santo Padre s’impegna in modo particolare a evidenziare che questo universalismo sarà un concetto vuoto senza un atteggiamento preferenziale verso coloro che vivono nel bisogno più profondo (n. 187, lo straniero esistenziale al n. 97), e se non si ha cura di rispettare, preservare e arricchire l’individuo (nn. 100, 106-111) e le identità locali (142-153). La sua “guerra” è contro le identità ripiegate su se stesse (per esempio il narcisismo localistico, n. 146; i nazionalismi chiusi, n. 11), e le ideologie come l’individualismo, che rendono impossibile il dialogo creativo.

Una cultura di dialogo


Una parte importante delle critiche che Papa Francesco muove alla cultura contemporanea è rivolta alle posizioni dogmatiche, le false ideologie, la falsa informazione attuata nella vita quotidiana (pettegolezzo) e nei social media, e i rapporti superficiali promossi nella nuova cultura dei media. Dopo aver definito la vera socialità come un farsi vicini e reali in spirito di fraternità, negli ultimi tre capitoli di Fratelli tutti il Papa esamina più da vicino il mondo delle opinioni e delle credenze e il suo rapporto con la verità.

La verità ha manifestazioni storiche e contestuali che devono modificarsi attraverso l’incontro con le sue incarnazioni perenni. Poiché nessuno può affermare di averne il monopolio, l’unica via possibile per andare avanti è intraprendere un dialogo sincero, nella convinzione che gli altri hanno qualcosa di utile da dare. Con pazienza e impegno è possibile costruire un consenso che non sia pregiudizievole né per la verità oggettiva né per gli interessi autentici della società. L’incontro con l’altro nella sincera aspirazione di trovare punti di contatto e piattaforme per promuovere il lavoro per il bene comune deve trasformarsi in una cultura.

La pazienza dinanzi alla realtà sociale è fondamentale in questo processo. È degna di nota l’ammissione del Pontefice che perfino il rifiuto di accettare buone proposte e le proteste sociali violente possono avere un contesto genuino (n. 219). I conflitti con quanti hanno offeso la nostra dignità sono legittimi e l’amore autentico esige che c’impegniamo per far comprendere loro gli errori (n. 241). Pertanto, nel contesto sociale il perdono non è né un muto compromesso con il male, né un dimenticare le ferite del passato, bensì la capacità di raggiungere la pace attraverso il dialogo e la negoziazione onesta.

La sincerità delle proposte del Santo Padre per una coesistenza significativa degli esseri umani emerge dalla sua disponibilità ad applicare quello stesso principio — il rifiuto delle identità ripiegate su se stesse, non dialogiche — anche alla molteplicità delle religioni. Fratelli tutti non solo lancia una sfida creativa al mondo contemporaneo, ma offre anche numerosi spunti per l’introspezione e l’autoriforma a ogni entità e livello della vita ecclesiale.

Affinché il mondo progredisca e realizzi la vocazione comune di tutta l’umanità a vivere come un’unica famiglia, l’unica via è di avviare un dialogo aperto e sincero non solo a livello personale, ma anche a tutti i livelli della vita sociale e politica. È questo il messaggio centrale di Fratelli tutti, la via per la fraternità universale.

di Baselios Cleemis Thottunkal
Cardinale arcivescovo maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi in India