· Città del Vaticano ·

A rischio la libertà ritrovata

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10 dicembre 2020

C’è il rischio concreto che i diritti di persone che li stanno faticosamente riconquistando dopo averli perduti, oggi vengano messi nuovamente in discussione dall’ondata pandemica, e che dunque queste persone possano ripiombare nel dramma, magari con il ritrovato e importante diritto alla libertà, ma non con quello alla salute o al lavoro. Parliamo delle vittime di tratta, soprattutto migranti e in ogni parte del mondo, che da tempo hanno trovato un alleato prezioso in Talitha Kum, la rete internazionale della vita consacrata (oggi sono circa 2.600 in 80 Paesi dei vari continenti) nata nel 2009 come progetto dell’Unione internazionale delle superiori maggiori, in collaborazione con l’Unione internazionale superiori generali, per combattere il triste fenomeno.

A coordinare questa rete da 5 anni c’è suor Gabriella Bottani, missionaria comboniana, milanese, che fa subito il punto della situazione e dell’impegno senza soste di Talitha Kum: «Come rete abbiamo cercato di comprendere dal primo lockdown le possibili conseguenze, e dunque le necessità, sulla questione della tratta e ci siamo rese conto fin da subito che era importante creare una doppia dinamica, sia per sostenerci in un momento traumatico (di fatto il covid-19 è un disastro, per cui ci siamo attivate soprattutto per chi vive nelle case di accoglienza e si è trovato a gestire situazioni difficili in un contesto nuovo) sia per fermarci a riflettere. Il lockdown ci ha obbligato a sospendere diverse attività e quindi anche a prepararci a un processo di riflessione e discernimento su quello che questo evento sta causando e a capire come noi, rete di religiose, possiamo muoverci. Pertanto, è nato un gruppo di riflessione e di sostegno, che può sembrare una cosa molto semplice ma in realtà è qualcosa di molto importante per evitare che le cose passino e tutto torni come prima».

Quest’ultimo rischio, che molte dimensioni della società avvertono come concreto, vale ancor di più in tema di tratta, come la stessa suor Gabriella sottolinea: «Tutto non sarà come prima: l’aumento serio delle vulnerabilità già ci ha fatto vedere e comprendere che la complessità e le difficoltà del nostro servizio sarà ulteriormente e particolarmente difficile, soprattutto nell’area del reinserimento sociale e lavorativo delle vittime, di chi esce dalla tratta e inizia dei percorsi di reinserimento sociale».

Rischi e pericoli che le religiose avvertono già in maniera concreta sia in Italia che in altre parti del mondo: «Sono diverse le persone che stiamo accompagnando perché hanno perso lavori particolarmente colpiti dalla crisi pandemica, se solo pensiamo a tutta l’area dei servizi. Come affrontare questo momento? Per noi è un grande punto di domanda, considerando poi il fatto che c’è stato anche un aumento dei costi dentro le case di accoglienza e per i servizi di accompagnamento delle persone sopravvissute alla tratta. E qui è già rientrato un lavoro di solidarietà, grazie all’Unione internazionale superiori maggiori che ha attivato dei fondi, anche a beneficio delle case di accoglienza; con una distribuzione a livello internazionale si è tentato di dare un sostegno a questi centri, anche se sono piccole gocce rispetto al problema reale».

E qui si entra ancor di più nel nocciolo della questione accennata all’inizio, ovvero se i diritti di queste persone sono meno diritti degli altri, il che ovviamente non è solo uno sterile gioco di parole:

«Credo che il covid-19 — spiega la coordinatrice di Talitha Kum — abbia messo in evidenza tra gli altri diritti in gioco quello alla salute, che non è solo l’accesso al vaccino ma riguarda una salute che va oltre; penso a quella mentale, alla rivittimizzazione, al trauma su trauma che è stato vissuto attraverso quelle che sono state proprio le conseguenze del lockdown. Sicuramente — aggiunge — una buona fetta delle vittime appartiene a popolazioni migranti; quindi, il tutto va letto insieme a quelle che sono le problematiche legate a gruppi di persone che si trovano in condizioni di non avere neppure i documenti in regola e di conseguenza a cui non sono riconosciuti i diritti in diverse parti del mondo, anche in Europa ma non solo». La rete internazionale delle religiose continua a non fermarsi, anche se, come ulteriore conseguenza della crisi sanitaria, potrebbe esserci un numero minore di persone impegnate. «Ho notizie da tutte le reti di un rinnovato impegno nonostante il covid-19, soprattutto nell’accompagnamento e nell’intervento per le prime necessità, perché una delle cose che il coronavirus ha aumentato è la difficoltà nell’accesso al cibo e ai beni di primaria necessità», chiosa suor Gabriella come ulteriore richiamo ai diritti negati a tante, troppe persone.

di Igor Traboni