· Città del Vaticano ·

L’indio convertito al cristianesimo al quale apparve la Madonna di Guadalupe

Stelle e rose
nel giardino di Juan Diego

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09 dicembre 2020

Maria è il cielo stellato: l’associazione diviene così semplice, così spontanea quasi. Così come naturalmente i versi di Torquato Tasso della sua Qual rugiada, qual pianto sembrano dipingere la mente, scandendo nella memoria immagini e fruscii, echi nel cuore della presenza della Vergine Maria: «Qual rugiada o qual pianto / quai lagrime eran quelle / che sparger vidi dal notturno manto / e dal candido volto de le stelle? / E perché seminò la bianca luna / di cristalline stelle un puro nembo / e l’erba fresca in grembo?». Sembra intravedere in quell’ultima parola — «grembo» — il ventre della Vergine Maria: «benedetto il grembo tuo, Gesù».

Juan Diego Cuauhtlatoatzin (1474-1548) non poteva — certamente — conoscere quell’espressione fino a quando non si convertì al cristianesimo. Fu uno dei primi indios a ricevere il sacramento del battesimo, grazie ad alcuni frati francescani, tra i primi missionari nelle terre messicane. Da poco scoperta l’America, il territorio messicano era stato conquistato dagli spagnoli nel 1521. Lui, umile contadino atzeco, riceve il battesimo solo in età matura: aveva cinquant’anni. La sua conversione avviene assieme alla moglie Malintzin che prenderà il nome di Maria Lucia.

Ma cosa c’entra il cielo stellato con Juan Diego, con Maria e Guadalupe? La risposta è racchiusa in una sola parola: tilmàtli, o — più comunemente nota — tilma, il mantello di Juan Diego su cui è impressa l’immagine della Vergine Maria. La mattina del 9 dicembre 1531, al contadino atzeco accadde qualcosa di straordinario: la Madre di Gesù gli si presenta come «la perfetta sempre Vergine Maria, Madre del verissimo e unico Dio». L’apparizione avviene in mezzo alla natura incontaminata della collina del Tepeyac, vicino a Città del Messico. È l’inizio della straordinaria storia della Madonna di Guadalupe. Come riportato in un vecchio testo in lingua azteca — il Nican Mopohua, attribuito all’indigeno Antonio Valeriano (1522-1605) — Juan Diego «vide una giovane Signora che lo chiamava con dolcezza». Gli ordinò di recarsi dal vescovo per far sorgere una cappella su quella collina. Il veggente, allora, si presentò dal vescovo Juan de Zumarraga, ma la reazione del prelato non fu del tutto positiva. Juan Diego, nella seconda apparizione della Vergine, le rese noto che voleva desistere da un incarico del genere, essendo solo «un povero indio». Ma la Vergine gli disse che doveva essere proprio lui a compiere la missione e gli chiese di tornare dal vescovo. Zumarraga, dopo averlo interrogato sull’apparizione, gli domandò un segno tangibile di un tale straordinario evento. Ed è a questo punto della storia che compare la famosa “tilma”, il segno visibile a tutti del suo incontro con la «Virgen morenita»: questo è l’appellativo con cui è conosciuta Maria di Guadalupe.

«Mio piccolo figlio, questi fiori saranno il segno per il vescovo. Solo alla sua presenza aprirai la tilma e mostrerai ciò che porti», gli disse la Madonna. Juan Diego aveva raccolto — nonostante la stagione invernale — nei pressi della collina alcuni splendidi fiori di Castiglia, rose tipiche della regione spagnola. Li avvolse nel mantello, e una volta aperto davanti a Zumarraga, ecco per tutti lo stupore della fede, il segno prodigioso che ancora oggi nutre la devozione popolare dell’America del Sud e del mondo intero: le immagini delle rose, della Vergine sono rimaste impresse sulla tilma. Maria si presenta a tutti con un mantello stellato di rose, una costellazione di amore. Sorgerà così in quel luogo uno dei santuari mariani più importanti dell’America latina: Nuestra Señora de Guadalupe.

A distanza di secoli quelle rose ancora possono sbocciare nel cuore di ogni fedele. L’effige della Señora invita proprio a questo: a curare il proprio “giardino” della fede, a poter portare impresse nel proprio cuore le rosate stelle. Come? Lo insegna proprio la Vergine di Guadalupe — come aveva ricordato Papa Francesco nel 2014, rivolgendosi alla morenita — con «le braccia aperte, con amore e tenerezza».

di Antonio Tarallo