· Città del Vaticano ·

Nella Spagna di fine Cinquecento

Il matto che aiutava i poveri

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07 dicembre 2020

«“Tranquillo, è tutto passato, Non pensarci più”. Francisco pronunciò la frase a voce bassa, come a dirlo a se stesso riportando alla mente i ricordi dell’infanzia. La donna e il bambino rimasero nel convento qualche altro giorno. Lei aiutò in cucina, Natal seguiva Francisco. Tornarono a casa più sereni; non c’era stato il miracolo, il piccolo continuava a rimirarsi le mani o a urlare in preda al panico ma lei, guardando il matto buono dei frati, aveva capito che c’era comunque un domani anche per Natal».

Francisco  (Viterbo, Augh!, 2020, pagine 92, euro 12) di Gabriella La Rovere è la storia di un ragazzo e poi di un uomo probabilmente affetto da autismo, vissuto in Spagna alla fine del Cinquecento, contemporaneo dunque di san Giovanni della Croce e di santa Teresa d’Avila. Dopo la morte dell’amata madre e a seguito di un omicidio, il giovane viene allontanato dal padre che non lo sa né capire né gestire, e mandato da una vedova ad Alcalá de Henares, la patria di Cervantes. In città entra in contatto con la religione, trovando accoglienza presso l’ospedale di Antezana, gestito dai frati carmelitani che si occupano dei malati poveri. Francisco dorme poco, sembra insensibile alla fatica e parla con una statua di Gesù Bambino, vivendo una religiosità semplice, solida e autentica. Il «matto buono dei frati», come viene presto ribattezzato, sogna di prendere i voti e la sua unica speranza è di rivolgersi direttamente al re di Spagna, Filippo ii. Realizzato il suo grande desiderio, Francisco trova una dimensione di vita e di spiritualità capace di renderlo sostegno e aiuto per i tanti poveri, disperati e soli che incontra, una dimensione soprattutto in grado di valorizzarne peculiarità e limiti. Senza mai diventare macchietta, Francisco fa ciò in cui crede e crede in quello che fa (anche in una dimensione spirituale), convinto che «questo bene non vale niente senza passione e misericordia».

Attorno a Francisco accadono fatti inspiegabili che contribuiscono a conferirgli un’aura di santità («Era questo alternarsi di consapevolezza e assenza che lasciava tutti interdetti, a chiedersi quanto della sua stranezza non fosse segno di santità»), o che comunque aiutano — come nel caso di Natal e di sua madre — a restituire una serenità profonda davanti a molti dolori. E così, nonostante la sua indubbia eccentricità, Francisco diviene molto popolare e alla morte verrà dichiarato venerabile.

Basandosi su libro redatto nel 1867 da un anonimo abate, e trovato per caso, La Rovere — medico, giornalista e madre di Benedetta (una ragazza con autismo) — narra questa storia ambientata nella Spagna di fine Cinquecento, tra peste, fede, pace e guerre nei regni di Filippo ii e Filippo iii. Presidente dell’associazione di promozione sociale L’orologio di Benedetta, il cui scopo è la diffusione dell’arte anche tra persone con disturbi cognitivo-relazionali, La Rovere scrive un romanzo storico che parla però di temi molto attuali.

Alla base di tante fragilità di Francisco — descritto nella sua disabilità senza stereotipi o sentimentalismi — v’è infatti l’enorme e universale paura del rifiuto e dell’abbandono, un terrore però che «il matto buono dei frati» riesce a trasformare in forza d’amore. Non che sia facile: quello che Francisco, da giovane come da adulto, incontra infatti — universale e astorico anch’esso — è il bullismo. Quello dei ragazzini, degli adulti e, anche, quello dell’autorità («“E legarlo al banco?”. La voce era dura, controllata. “Si legano il bue, il cavallo, le pecore… ma un uomo?”»). Francisco però è fortunato perché trova una comunità capace di accoglierlo. Forse non sempre di comprenderlo, ma di almeno di rispettarlo.

di Silvia Gusmano