· Città del Vaticano ·

PUNTI DI RESISTENZA
Tamponi e cure per i senza dimora

Nessuno guarisce da solo

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05 dicembre 2020

«La pandemia ha squarciato il velo dell’ipocrisia che teneva nascoste le diseguaglianze profonde che esistono tra ricchi e poveri, tra uomini e donne. Abbiamo trovato una situazione di marginalità estrema, soprattutto condizioni di salute terribilmente scadenti». È l’analisi impietosa di Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Irccs San Gallicano e coordinatore di un progetto per la prevenzione e il monitoraggio del covid-19 nella fascia di popolazione che non ha accesso ai servizi sociosanitari e che vive in strada o nei centri di accoglienza. Si tratta di uno studio clinico-scientifico approvato dal Comitato etico dell’Inmi Lazzaro Spallanzani di Roma, in partenariato con Binario 95, Ferrovie dello Stato, Istituto di Medicina solidale ed Elemosineria apostolica. L’intento è quello di capire se le persone che vivono in condizioni drammatiche dal punto di vista sanitario, sociale e relazionale, hanno un’incidenza maggiore di positività all’infezione da covid-19.

Da maggio scorso, medici e infermieri volontari effettuano tamponi e screening sierologici ai senza dimora, che, a Roma, sono circa 8.000. Lo fanno alla stazione Termini, presso Binario 95, e nel poliambulatorio messo a disposizione, già dal 2016, da Papa Francesco, sotto al colonnato di San Pietro. Grazie all’elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski, il servizio sanitario è stato ampliato per l’occasione, nei giorni e negli spazi, e dispone anche di un’ambulanza, che gli operatori utilizzano in tutta Roma per eseguire correttamente, in un ambiente isolato e sterile, i test con tamponi antigenici. «In questo modo abbiamo la possibilità di avere un risultato immediato che, se negativo, fungerà da nullaosta per l’accesso alle strutture di accoglienza di Roma Capitale. In caso di risultato positivo, invece, viene eseguito subito un tampone molecolare per verificare l’effettiva presenza del Sars-Cov-2 nel paziente, che sarà orientato presso le strutture di isolamento predisposte dal comune, in collaborazione con la regione Lazio», spiega Morrone.

A oggi, sono stati effettuati oltre 1.600 tra tamponi e test sierologici, con una incidenza di positività intorno al 6 per cento, la metà circa di quella nazionale, che è del 12-14. «Sono persone che vivono in situazioni di isolamento e solitudine e che, perciò, hanno meno possibilità di infettarsi, ma che necessitano di un investimento maggiore sul piano sociale». Il progetto pilota, che si inserisce in un ambito di ricerca più ampio, realizzato con la collaborazione delle università di Milano, Trento e Chicago, nel prossimo futuro prevede di inserire anche altri test di controllo quali quelli per l’epatite A e B e per l’Hiv.

Nel poliambulatorio di San Pietro c’è un continuo andirivieni. Giovani e anziani di tutte le nazionalità, soprattutto uomini, chiedono assistenza e aspettano pazientemente il loro turno, per fare una visita o per sottoporsi al tampone. Oppure per usufruire dei bagni dove fare una doccia e ricevere un cambio di biancheria intima.

L’attesa è resa più piacevole da un servizio ristoro: panini, bevande calde, frutta, acqua. Giancarlo, carabiniere in pensione e volontario anche lui, si occupa della sorveglianza e ha il compito di assegnare i numeretti per le diverse tipologie di richieste. Alena, il viso stanco, passa e saluta Lucia Ercoli, coordinatrice di Medicina solidale. «Mi hanno dato il Voltaren per il dolore alla gamba, faccio fatica a camminare», si lamenta. La dottoressa Ercoli la invita a tornare per informarla su come va e vedere se è il caso di cambiare terapia. Mario, occhi chiari e sorriso ironico, si ferma a parlare con la dottoressa. Sì, lo vede che è occupata, ma non resiste, vuole salutarla e farle un complimento. A lei «e a Chiara».

Chiara Cedola è una giovane medica che ha fatto la tesi di laurea sugli ambulatori di strada partendo proprio da qui, dove lavora come volontaria dal 2017. Di persone ne ha viste tante, tante storie che rimangono dentro e che si scolpiscono nella mente e nel cuore.

Come quella di Giuseppe, 57 anni, morto per amore. Dopo la perdita della moglie si era lasciato andare e aveva cominciato a vivere in strada. Andava spesso all’ambulatorio, non per problemi fisici ma per trovare conforto alla sua pena. «Un giorno l’ho incontrato e non mi ha riconosciuto», racconta la dottoressa Cedola. La sua mente lo stava abbandonando, troppo forte il dolore della separazione dalla donna amatissima. «Ha continuato a venire per un po’ di tempo, poi l’abbiamo perso di vista». Il suo cuore straziato aveva smesso di battere.

Storie drammatiche ma anche con un lieto fine, come quella di Kalifa, 40 anni, etiope, che ha perso in mare un figlio di due anni durante il viaggio per l’Italia. «Sono stata depositaria della sua immensa sofferenza, una cosa che non scorderò mai», dice Cedola.

Kalifa è andata al centro con il marito perché voleva un altro figlio. Ci riuscirà, grazie alle cure delle ginecologhe, che ora si sono trasferite in un’altra sede, messa a disposizione dall’Elemosineria apostolica per mamme e bambini.

«Si tratta di luoghi dove cerchiamo di instaurare un clima di amicizia, di relazione, dove raccogliere il grido di aiuto di queste persone», dice Morrone. «Senza di loro nessuno si salva. Nessuno guarisce da solo».

di Marina Piccone