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La Chimica della Fede

Marziani elusivi

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05 dicembre 2020

Una delle teorie sull’origine della vita, conosciuta come abiogenesi, ritiene che essa ebbe i suoi inizi con l’assemblaggio di molecole autoreplicanti, che si sarebbero costruite grazie alle condizioni ideali contenute in un brodo primordiale (cfr. la sintesi spontanea degli aminoacidi nel famoso esperimento di Miller e Urey del 1952). A partire da queste molecole, si sarebbero organizzati dei coacervati (così li chiamò il biochimico russo Aleksander Oparin) dando poi seguito a forme di vita cellullare (prima autotrofe, ossia derivanti energia direttamente dall’ambiente e poi eterotrofe, divorando altre forme di vita), sempre più organizzate (i procarioti diventarono eucarioti, proteggendo il loro patrimonio genetico), sempre più complesse (da unicellulari a pluricellulari).

Giusta o sbagliata che sia questa ipotesi ha un limite come tutte le altre tesi scientifiche sull’origine della vita: si basa su una sola osservazione, quella della evoluzione delle specie osservabile sul pianeta Terra. Per verificarla, sarebbe utile ottenere informazioni sull’evoluzione di forme di vita (sempre che ce ne siano) su altri pianeti. Usando modelli come la Drake Equation, si stima che sono probabilmente 500 miliardi di pianeti solo nella Via Lattea e, se anche solo uno su un milione avesse la possibilità di generare la vita, vi potrebbero essere migliaia di ecosistemi unicamente nella nostra galassia. Data per buona questa stima statistica e considerato che vi è stato un tempo sufficiente per altre forme di vita avanzate per segnalare la loro presenza, il fatto che nessuna prova di questa esistenza sia stata raccolta ha creato una dicotomia conosciuta come il “Paradosso di Fermi” — che per primo la stigmatizzò con la frase «So, where is everybody?» — che recita che sebbene altre forme di vita extraterrestre siano probabilmente esistite (ed esistano ancora), entrare in contatto con loro non sia stato (e forse non sarà mai) possibile.

Alcuni ritengono però che il Paradosso di Fermi si debba non tanto a delle difficoltà di osservazione (distanze grandissime, per esempio) ma a un limite intrinseco all’evoluzione: alcuni passaggi dell’evoluzione della vita sarebbero più difficili di altri perché richiederebbero il concorrere simultaneo di tanti fattori statisticamente insormontabili. Questa teoria è conosciuta come quella dei Great Filters. Non è del tutto chiaro quali siano i filtri difficili da sorpassare, ma il punto sarebbe che l’evoluzione della vita non sarebbe rappresentabile da una linea in pendenza costante ma piuttosto da una cosiddetta “funzione gradino”, ossia una scala, in cui alcuni gradini sarebbero molto più difficili da superare di altri.

Non essendo attualmente disponibili indagini sperimentali, è lecito chiedersi, a livello scientifico, quanti gradini sono stati necessari per produrre l’homo sapiens? E, a livello filosofico, domandarsi, cosa sarebbe peggio: che non fossero mai emerse forme di vita intelligente al di fuori della Terra o che lo siano state ma che la specie umana non potrà venirne conoscenza? Parrebbe che agli umani spettino ancora tanti “anni di solitudine” con conseguente angst esistenziale poiché, come segnalava Gabriel García Márquez: «È impossibile non finire per essere come gli altri, credendo che uno sia».

di Carlo Maria Polvani