· Città del Vaticano ·

Il piano di ritiro voluto da Trump potrebbe dare più spazio ai terroristi

Le truppe statunitensi lasciano la Somalia

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05 dicembre 2020

Nelle ultime settimane, a Washington il segretario alla Difesa ad interim Miller ha presentato il piano sul ritiro dei soldati Usa dalle missioni di guerra all’estero voluto da Trump. Il progetto prevedeva il ritiro totale dei soldati dall’Afghanistan e dall’Iraq. Ma questo piano è stato ridimensionato nei numeri viste le critiche piovute sul presidente per i possibili effetti collaterali che un’improvvisa assenza americana potrebbe causare nel breve e nel lungo termine.

Ma c’è una parte originaria del piano che è rimasta invariata: il ritiro delle truppe americane dalla Somalia. L’attuale intervento dei soldati americani nel martoriato Paese del Corno d’Africa risale all’ultimo periodo della seconda presidenza Bush e si potrebbe interpretare come l’ultima fase della guerra al terrorismo iniziata dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001. Precedentemente, gli Usa erano intervenuti tra il 1991 e il 1993, ma si erano ritirati visti gli insuccessi militari. Dal 2007 al 2017, invece, l’intervento americano è stato importante per il Paese africano, andando oltre l’originario fine di addestrare le truppe locali per occuparsi della cooperazione politica e del rafforzamento delle istituzioni democratiche.

La Somalia si trova in una crisi politica iniziata negli anni ’90 dalla quale sembra impossibile uscire. Pur essendoci formalmente uno Stato, di cui l’attuale presidente è Mohamed Abdullai Mohamed, in realtà vaste zone del Paese sono fuori dal suo controllo, o perché de-facto indipendenti (come il Somaliland), o perché sotto il controllo di milizie armate (come i pirati che infestano le coste dell’Oceano Indiano), o perché sotto il controllo del gruppo terroristico legato ad Al-Qaeda, Al Shabaab. Proprio quest’ultimo si è dimostrato la vera minaccia per la risoluzione della crisi politica della Somalia, visto che negli anni scorsi è arrivato a controllare la capitale Mogadiscio e le sue azioni terroristiche si sono fatte più puntuali nel colpire obiettivi americani e nel colpire anche la regione settentrionale del confinante Kenya. Tuttora ampie zone del Paese sono controllate da questo gruppo.

Il piano discusso nel mese di novembre prevede che i settecento soldati attualmente stanziati siano ricollocati o a Gibuti, sulle coste del Golfo di Aden, o in Kenya, dove gli Usa hanno delle basi aeree dalle quali fanno partire le missioni contro Al Shabaab con i droni. Gli attacchi da basi estere verso obiettivi terroristici in Somalia sembrano essere la soluzione adottata da alcuni mesi a questa parte dall’Amministrazione Trump, visto che l’ultima missione militare con truppe effettive sul territorio risale addirittura al 25 agosto. Se le critiche di molti esponenti politici hanno causato un ridimensionamento del piano per quanto riguarda il Medio Oriente, per il Corno d’Africa le voci sfavorevoli sono state inferiori, anche se, fa notare il «New York Times», la tempistica di questa decisione non è ideale, vista la crisi (politica, umanitaria e militare) scoppiata in Etiopia, storicamente il Paese più importante della regione. Il conflitto del Tigray, infatti, rischia di avere conseguenze ben oltre i confini etiopi, visto che l’Etiopia è coinvolta nella lotta contro Al Shabaab in Somalia, con il suo esercito. In questo contesto, il piano presentato da Miller rischia di indebolire la lotta al terrorismo e la stabilità regionale. Inoltre, aggiunge ancora il quotidiano newyorkese, il Paese potrebbe trasformarsi in una bomba ad orologeria, visto che questo mese si terranno le elezioni parlamentari e a febbraio quelle presidenziali. Una buona occasione per Al Shabaab per colpire con attentati la popolazione locale.

Le critiche non sono venute solo da Washington. Ma l’attuale presidente somalo ha dichiarato che l’aiuto degli Stati Uniti è fondamentale per l’addestramento delle truppe speciali somale impiegate nella lotta contro i terroristi islamici. Ancora di più sono le conseguenze negative evidenziate dall’ex presidente somalo Hassain Sheik Mohamud dalle colonne della rivista «Foreign Affairs». Per Mohamud, gli effetti negativi vanno ben oltre il mancato sostegno alla lotta al terrorismo: con la cooperazione degli Usa al processo di state-building prima del 2017, la Somalia aveva vissuto un periodo di stabilità politica mai riscontrato dal 1991; e anche grazie a questa cooperazione che i terroristi islamici erano stati ridimensionati. Il sostegno militare americano era infatti affiancato dai soldati dell’Unione africana e, in forma minore, dalle truppe etiopi. Se venisse a mancare questo sostegno, le truppe dell’Unione africana e quelle etiopi non avrebbero né la forza né la capacità di poter affrontare la minaccia, vista anche la contemporanea crisi nel Tigray.

di Cosimo Graziani