· Città del Vaticano ·

L’impatto del virus sui salari nel mondo

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05 dicembre 2020

Negli ultimi quattro anni, prima dell’arrivo della pandemia, centinaia di milioni di persone in tutto il mondo venivano già pagate al di sotto del salario minimo. L’impatto della crisi causata dal covid sull’economia e sull’occupazione porterà ad un’ulteriore enorme pressione al ribasso sui salari nel prossimo futuro, ma già nella prima metà dell’anno si è registrata una diminuzione o una crescita più lenta degli stipendi. A denunciarlo è un rapporto dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil) appena pubblicato che ha rilevato una diminuzione dei salari o del tasso di crescita media in due terzi dei paesi per i quali si hanno dati recenti. «La crescente disuguaglianza causata dal covid minaccia di lasciarsi alle spalle la povertà e l’instabilità sociale ed economica, il che sarebbe disastroso», ha dichiarato Guy Ryder, direttore generale dell’Oil. Il rapporto indica, inoltre, che nei Paesi in cui sono state adottate misure radicali per preservare il mercato del lavoro, gli effetti della crisi sono stati avvertiti principalmente attraverso tagli salariali piuttosto che massicci tagli di posti di lavoro. In più, si nota come la crisi non abbia avuto le stesse conseguenze per gli uomini che per le donne, che sono state colpite in modo sproporzionato. Sulla base dei dati di 28 Paesi europei, il rapporto stima che senza il pagamento dei sussidi salariali, la massa salariale totale sarebbe diminuita del 6,5% tra il primo e il secondo trimestre del 2020, in particolare dell’8,1% per le donne e del 5,4% per gli uomini.

La crisi ha anche avuto un impatto "grave" sui lavoratori a bassa retribuzione, esacerbando la disuguaglianza salariale. In alcuni Paesi europei, se non ci fossero stati i sussidi, la metà dei lavoratori meno retribuiti avrebbe perso circa il 17% dei loro salari contro il 6,5% di tutti i lavoratori. Le sovvenzioni salariali hanno permesso, dunque, a molti paesi di compensare parzialmente il calo della massa salariale e di attenuare gli effetti della crisi sulla disuguaglianza salariale. Su un campione di una dozzina di Paesi europei, la relazione stima che i sussidi abbiano permesso di compensare il 40% delle perdite salariali. Dunque, in tali circostanze, il capo dell’Oil ritiene che la strategia di ripresa «abbia bisogno di politiche salariali adeguate che tengano conto della sostenibilità dei posti di lavoro e delle imprese e affrontino le disuguaglianze e la necessità di sostenere la domanda».

Tuttavia, se vogliamo ricostruire un "futuro migliore", il direttore generale dell’Oil ritiene che «dobbiamo anche affrontare questioni scomode come, ad esempio, il fatto che le professioni ad alto valore sociale, come quelle di badanti o insegnanti, sono molto spesso mal pagate». Infatti, secondo il rapporto, anche prima della pandemia la situazione salariale non era rosea. Nel 90% degli Stati membri dell’Oil esiste un salario minimo, in una forma o nell’altra, ma anche prima dell’inizio dell’era covid-19, il rapporto osserva che 266 milioni di persone — il 15% dei dipendenti in tutto il mondo — erano pagate al di sotto del salario orario minimo. Esaminando l’andamento delle contribuzioni in 136 Paesi nei quattro anni precedenti la pandemia l’Oil ha evidenziato che la crescita globale dei salari reali ha oscillato tra l’1,6 e il 2,2%.

L’aumento più rapido dei salari reali è stato registrato in Asia-Pacifico e nell’Europa orientale, mentre è stato molto più lento in Nord America e nell’Europa settentrionale, meridionale e occidentale. L’agenzia Onu auspica dunque per il futuro una migliore conformità normativa per garantire politiche salariali minime e un aumento del salario minimo ad un ritmo adeguato che consenta alle persone di costruire una vita migliore per se stesse e le loro famiglie.

di Anna Lisa Antonucci