· Città del Vaticano ·

L’afflato etico in Alexandre Dumas padre

A lezione dall’abate Faria

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05 dicembre 2020

Il suo alter ego letterario era Porthos, uno dei tre moschettieri: con lui condivideva la passione per le cene pantagrueliche e per le ricette dagli ingredienti stravaganti. Al contempo era un lavoratore instancabile. Stimolato anche dal fatto che veniva pagato a riga, era solito scrivere ventiquattromila caratteri al giorno, l’equivalente di tredici cartelle editoriali. Alexandre Dumas padre — morto il 6 dicembre di centocinquanta anni fa — è uno degli autori classici più tradotti al mondo, al pari, per esempio, di Balzac, anch’egli amante della buona tavola e grafomane.

Maestro del romanzo storico e del teatro romantico, Dumas ha confezionato capolavori immuni dall’usura del tempo: da Il conte di Montecristo alla trilogia formata da I tre moschettieri,Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne(opere dalle quali sono stati tratti numerosi adattamenti cinematografici e televisivi). Ma Dumas la vita non solo la scrisse, ma la visse. E in prima linea. Dopo aver saputo che Garibaldi era partito per la spedizione dei mille, lo raggiunse per mare, fornendogli — con i soldi messi da parte per un viaggio che aveva avuto intenzione di fare nel Mediterraneo — armi, munizioni e camicie rosse. Testimone oculare della battaglia di Calatafimi, che descrisse ne I garibaldini, fu al fianco di Garibaldi nel celebre giorno del suo ingresso a Napoli.

La sua epoca non ne comprese pienamente il valore etico delle opere, per lo più relegate nell’ambito della letteratura di evasione. Fu la critica del Novecento a rivendicare il merito di una narrativa che mirava, al di là delle dinamiche pirotecniche legate a rocambolesche avventure, a formare il lettore, sensibilizzandolo ai principi morali che devono regolare un’esistenza vissuta con lealtà e onestà. Spiccano, in questa temperie, alcune figure dal lui create e alle quali affida il suo messaggio.

Erudito italiano, l’abate Faria era stato in giovinezza segretario del conte Spada. Arrestato e condotto al castello d’If, comincerà a scavare un tunnel che lo avrebbe condotto fuori dalla prigione. Ma i suoi calcoli si rivelano sbagliati e, dopo molti anni, Faria si ritrova nella cella di Edmond Dantes, con il quale stringerà una grande amicizia. Al conte di Montecristo l’abate — che morirà in cella per un colpo apoplettico — insegnerà le lingue e le scienze. Ma il suo insegnamento non si limiterà al versante nozionistico, per quanto importante: la sua sarà una lezione di vita impreziosita da perle di saggezza, dono per Dantes e per i lettori del romanzo.

Lo stesso conte di Montecristo si fa latore di un messaggio edificante. Dantes infatti non si vendicherà d Danglars, colui che, all’inizio del romanzo, ordisce il perfido complotto contro di lui. Diventato il più ricco banchiere di Parigi, Danglars subirà un tracollo finanziario e sarà costretto a spendere tutto il suo denaro, illecitamente accumulato, per sfamarsi. Danglars si pentirà delle sue cattive azioni e il conte di Montecristo lo perdonerà. Pentimento e perdono sono la linfa di cui si nutre la dimensione morale del romanzo. E anche nelle figure che di primo acchito si impongono come disincantate, al limite del canzonatorio e del burlesco, è dato di riscontrare un alto sentire. D’Artagnan, diciotto anni, è un moschettiere che eccelle nella spada. Pur facendosi talora vanto del suo talento, arde in lui la fiamma dell’umiltà, al cui calore si forgia il suo amore per Constance, la guardarobiera della regina. Al contempo a D’Artagnan arride il coraggio, che rasenta una vertiginosa avventatezza, da profondere a sostegno dei suoi amici. Figura minore, ma certamente non meno significativa, è quella di Grimaud, servo di Athos (uno dei tre moschettieri), di cui stima grandemente l’intelligenza. Grimaud si esprime a gesti più che a parole, ma quelle poche che pronuncia sono come lampi di illuminante buon senso. Ma il tratto che più lo caratterizza è l’obbedienza al suo signore. Un’obbedienza in cui si specchiano rigore morale e ferrea lealtà.

di Gabriele Nicolò