· Città del Vaticano ·

Sentenze contro i golpisti
in Turchia

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04 dicembre 2020

Lo scorso 26 novembre è stata emanata la sentenza definitiva per alcuni dei presunti principali artefici del tentato colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. L’ultimo atto di questo processo, iniziato nell'agosto 2017, si è svolto nel distretto di Sincan, in provincia di Ankara, nell’aula di tribunale più grande del Paese.

Diverse fonti riportano che la sala era completamente piena al momento dei verdetti. A essere sottoposti a giudizio sono stati 475 imputati, in gran parte militari, legati alle vicende della base aerea di Akinci, a nord-ovest di Ankara, considerata il centro operativo della rivolta. La struttura militare ha infatti ricoperto un ruolo primario nell'insurrezione: da lì sono partiti i veicoli che hanno attaccato alcuni luoghi simbolici del governo turco, come la sede del parlamento, causando 68 vittime e oltre 200 feriti. Inoltre, la base è stata il luogo di reclusione del comandante in capo delle forze armate turche e attuale ministro della Difesa Hulusi Akar, sequestrato dai rivoltosi nelle prime ore della sollevazione.

Fra i condannati vi è anche l’ex comandante della base militare di Akinci, Akın Öztürk, al quale è stato comminato l’ergastolo in quanto riconosciuto colpevole di direzione della rivolta, bombardamento di edifici governativi e tentato omicidio del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

Dei 475 imputati, 365 si trovavano già in custodia cautelare. I condannati al carcere a vita sono stati 337, di cui 19 hanno ricevuto 79 ergastoli senza condizionale, la pena massima prevista dal sistema giudiziario turco. Settanta persone sono state assolte, mentre le altre hanno ricevuto pene comprese fra i 6 e i 16 anni di reclusione.

Il tentato colpo di stato del 2016 è stato effettuato da un gruppo di militari raccolti sotto il nome di Consiglio di Pace Turco, con l’obiettivo di rovesciare il governo di Erdoğan per formarne uno nuovo. La rivolta è fallita quando centinaia di migliaia di cittadini hanno bloccato le strade di Ankara ostacolando i rivoltosi e le autorità turche sono riuscite a riprendere il controllo della città. Oltre 250 persone sono rimaste uccise nell’insurrezione, mentre i feriti sono stati più di 1.400. In seguito a questi eventi vi sono stati più di 2.800 arresti e numerose epurazioni all'interno dell’apparato militare e di quello giudiziario nazionali.

Alcuni processi contro gli insorti hanno già avuto luogo, con oltre 2.500 condanne al carcere a vita.

Erdoğan ha indicato come responsabile della rivolta il predicatore e dissidente politico Fethullah Gülen, esule negli Stati Uniti e leader del movimento Hizmet (“il servizio”), considerato dal governo turco come un’organizzazione terroristica. Gülen, il quale ha sempre negato il suo coinvolgimento nell’insurrezione, è stato processato e condannato in contumacia insieme ad altri sei attivisti considerati suoi collaboratori. I dossier relativi a queste persone sono stati tenuti separati da quelli degli altri imputati. Quattro civili legati a Gülen sono stati invece definiti “agitatori” dalle autorità giudiziarie turche e hanno ricevuto il massimo della pena per omicidio e tentata sovversione dell’ordine costituzionale.

di Giovanni Benedetti