· Città del Vaticano ·

La presentazione nella Sala stampa della Santa Sede

Bussola per le relazioni con le altre Chiese e confessioni

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
04 dicembre 2020

Una guida, una bussola, un compagno di viaggio, per «il cammino ecumenico del vescovo assieme alla sua diocesi»: così il cardinale presidente Kurt Koch ha definito il nuovo documento del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani Il vescovo e l’unità dei cristiani: Vademecum ecumenico, presentandolo venerdì 4 in diretta streaming dalla Sala stampa della Santa Sede.

Il vescovo, ha esordito il porporato, «non può considerare la promozione dell’unità semplicemente come uno dei tanti compiti del suo ministero», perché l’impegno ecumenico non «è una dimensione opzionale, bensì un dovere e un obbligo».

La pubblicazione del testo segna un duplice anniversario, ha fatto notare Koch: il 25° dell’enciclica Ut unum sint e il 60° dell’istituzione del dicastero ecumenico, avvenuta in seguito all’annuncio del concilio Vaticano ii. Per quanto riguarda i contenuti, il cardinale ha spiegato che il documento sottolinea in particolare l’importanza delle Sacre scritture, dell’“ecumenismo dei santi”, della purificazione della memoria. Rilanciando l’importanza di una «cultura dell’incontro» a livello di contatti e «di collaborazione quotidiani, alimentando e approfondendo la relazione che già unisce i cristiani in virtù del Battesimo», il porporato ha messo in luce alcune raccomandazioni pratiche suggerite al riguardo dal vademecum: per esempio, «assistere, per quanto possibile e opportuno, alle liturgie di ordinazione o insediamento dei responsabili di altre Chiese», e invitare questi ultimi a celebrazioni liturgiche e ad altri eventi significativi della Chiesa cattolica.

Altri aspetti rimarcati dal presidente del dicastero ecumenico sono «la ricerca della verità di Dio che i cattolici intraprendono insieme ad altri cristiani attraverso il dialogo teologico» e quelle «occasioni di scambio e di collaborazione con altri cristiani», che possono essere attivate in tre campi principali: «la cura pastorale, la testimonianza al mondo e la cultura». E così, ha chiarito il cardinale, se in materia di ecumenismo pastorale il vademecum «affronta temi come la collaborazione nel campo della missione e della catechesi, i matrimoni misti, la communicatio in sacris», in quello dell’ecumenismo pratico esso tratta «della collaborazione nel servizio al mondo, e del dialogo interreligioso come sfida ecumenica»; mentre per l’ecumenismo culturale, il rimando è a «progetti comuni in ambito accademico, scientifico e artistico».

Ecco perché, ha rilevato il porporato, il documento alla fine di ciascuna sezione riporta un elenco di «raccomandazioni pratiche», che «riassumono in termini semplici e diretti i compiti e le iniziative che il vescovo può promuovere a livello locale e regionale».

Della responsabilità primaria dei presuli nell’ambito dell’unità dei cristiani ha parlato poi nel suo intervento in francese il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi. Una responsabilità, ha spiegato, che non si limita alle loro diocesi ma si estende a livello universale, in quanto membri del collegio dei successori degli apostoli. A questo titolo, ha fatto notare Ouellet, sono corresponsabili con il Papa «del compito di riconciliazione dei cristiani, al fine di offrire insieme la testimonianza di unità che il Signore attende dai suoi discepoli». Da qui l’importanza di promuovere la preghiera per questa intenzione, in particolare durante l’ottavario che si celebra ogni anno in preparazione della festa della conversione di san Paolo. «Ogni vescovo — ha avvertito il porporato — è tenuto a promuovere questa iniziativa che è preparata congiuntamente con altri soggetti del movimento ecumenico». E uno dei mezzi da non dimenticare, in proposito, è «avere un delegato diocesano nominato dal vescovo che mantiene la priorità ecumenica ben presente a tutti» e che, secondo i contesti, coordina le attività con i rappresentanti delle altre Chiese o comunità ecclesiali.

Il prefetto si è poi augurato che ogni pastore cattolico non si stanchi «di fare il primo passo per un riavvicinamento, perché la carità che vive lo obbliga al perdono, alla condivisione e a un impegno perseverante». Nelle circostanze presenti della Chiesa e del mondo, ha aggiunto, ogni vescovo «è tenuto a coltivare un autentico atteggiamento ecumenico e a insegnarlo ai fedeli».

Quindi il porporato ha messo in luce come la lotta alla povertà e l’esercizio della carità «possono essere l’occasione di scambi fraterni e di condivisione tra comunità ecclesiali differenti». È bene, talvolta, «invitare altri ministri del culto a predicare o andare a predicare altrove su invito ben circostanziato», ha suggerito. E in proposito il vademecum offre molti esempi di iniziative possibili nel rispetto delle norme stabilite dal Direttorio del 1993.

Il vescovo, ha ricordato Ouellet, non deve dimenticare soprattutto di «curare la formazione ecumenica dei seminaristi, dei novizi e degli universitari cristiani», in particolare con corsi adeguati che «diano il senso e le motivazioni per una ricerca sincera dell’unità».

«Nei luoghi in cui i cristiani sono una minoranza e dove i battezzati si stanno allontanando dalla Chiesa, la mancanza di unità tra i seguaci di Gesù, a volte manifestata pubblicamente come animosità reciproca, mina l’evangelizzazione e oscura la persona di Gesù. I non cristiani sono confusi: quanti Cristi ci sono?». Questo l’allarme lanciato successivamente dal cardinale  Luis Antonio G. Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, che nel suo intervento in inglese ha fatto notare quanto sia «ancora rilevante» la domanda di san Paolo: «Cristo è stato diviso in parti?» (1 Cor 1, 13). Del resto, ha aggiunto il porporato, Gesù stesso disse di pregare «perché tutti siano una sola cosa. “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”» (Gv 17, 21).

Sottolineando che «la fede è una grazia dello Spirito Santo, ma è nutrita quando i suoi seguaci sono uniti», il prefetto di Propaganda Fide ha osservato come invece in alcune zone dipendenti dal dicastero missionario a volte «i non cristiani non conoscono la distinzione tra luterani, presbiteriani, anglicani, ortodossi, cattolici». E così accade che una «brutta esperienza con un cristiano ferisce il volto di Cristo e tutti i cristiani. Mentre una buona esperienza porta all’apertura a Cristo». Da qui il particolare apprezzamento espresso dal cardinale per il paragrafo 34 del Vademecum, in cui si invita «nella missio ad gentes a non trapiantare le divisioni originarie nei nuovi territori. Mantenendo la differenza — ha detto ancora — tra dialogo interreligioso ed ecumenismo, come giustamente affermato al paragrafo 40, è triste notare che per alcuni vescovi a volte è più facile dialogare con leader e seguaci di religioni non cristiane, che con quelli di comunità non cattoliche». Con un’ulteriore avvertenza: «I diversi tipi di dialogo — ha sottolineato il cardinale — saranno produttivi solo se fatti nel contesto di amicizie, incontri» che aiutano «a eliminare i pregiudizi». Infatti, ha concluso, «le buone relazioni che coltiviamo ora» in seguito aiuteranno a guarire «le ferite del passato».

Da ultimo il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, nel suo intervento in spagnolo, ha spiegato che il Vademecum offre, tra l’altro, consigli pratici che possono favorire l’esperienza della vita di comunione tra Oriente e Occidente. In particolare, il documento auspica «lo studio comune, la conoscenza reciproca ogni volta più profonda, la mutua ospitalità, perché le Chiese si convertano veramente in centri di incontro per una comprensione più serena e reale».

Questo documento, rivolto principalmente ai pastori delle Chiese, è una «ulteriore affermazione che non è legittimo per noi l’ignoranza dell’Oriente cristiano». Non si può «fingere — ha ammonito il porporato — di aver dimenticato i fratelli e le sorelle di quelle venerabili Chiese che insieme a noi costituiscono la famiglia dei credenti nel Dio di Gesù Cristo». Da qui la convinzione che questa conoscenza sia «indispensabile per una comprensione più piena e integrale dell’esperienza cristiana» e, di conseguenza, per dare una risposta cristiana più completa alle aspettative degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Davanti alle domande e alle sfide dell’uomo contemporaneo sul senso della vita, ha fatto notare Sandri, «siamo chiamati a mostrare con le parole e con i gesti di oggi le immense ricchezze che le nostre Chiese mantengono nelle arche delle loro Tradizioni». Per questo, «le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente, perché, nell’unità, la Parola di Dio manifesti ogni volta meglio le sue insondabili ricchezze».

L’Occidente, ha detto ancora il porporato, ha bisogno dell’Oriente, perché «sia restituita alla Chiesa e al mondo la piena manifestazione della cattolicità ecclesiale». E l’impegno ecumenico dei vescovi è «un dovere e un obbligo», come si deduce chiaramente dal titolo 18 del Codice dei canoni delle Chiese orientali. Queste ultime, ha spiegato il cardinale Sandri, «hanno un compito speciale in questo ambito, perché cercano di custodire il loro patrimonio rituale comune a quello delle Chiese ortodosse sorelle». Perciò, il Codice prevede che in ogni Chiesa “sui iuris” esista «una commissione di esperti in ecumenismo, e in ogni eparchia un consiglio per la promozione del movimento ecumenico».

È in vista di questo impegno, ha proseguito il cardinale, che il Vademecum offre «indicazioni preziosissime, soprattutto, dalla prospettiva del cammino che le Chiese di Oriente e Occidente devono seguire insieme nella ricerca dell’unità». D’altronde, la separazione è un gravissimo peccato. Pertanto, ha concluso, si devono realizzare «nuovi gesti coraggiosi, andando più in là, con un atteggiamento di costante e sincera conversione nella carità».