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In Uganda salesiani in prima linea contro coronavirus e povertà tra i profughi del Sud Sudan

Non c’è spazio per l’indifferenza

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02 dicembre 2020

«Non ci sono i materiali per fare i tamponi; quando ci ammaliamo andiamo da un giovane rifugiato che ha una specie di farmacia e ci fa alcuni esami per vedere se abbiamo la malaria o il tifo, che sono le malattie più comuni qui, e ci prescrive le medicine. Andiamo avanti così». A parlare è il venezuelano don Ubaldino Andrade, missionario salesiano nel campo profughi di Palabek, nel nord dell’Uganda, dove sopravvivono 56.000 persone, la maggior parte delle quali donne e bambini scappati dal Sud Sudan. Don Ubaldino vive in Uganda da 3 anni, dopo essere stato per 17 anni in Sierra Leone, attraversando anche le fasi della guerra e dell’epidemia di Ebola. Nel Paese africano la sfida è ardua: il campo di accoglienza locale ospita oltre 25.000 bambini minori di 13 anni che, a causa della pandemia da covid-19, non possono più frequentare la scuola, perdendo così l’accesso all’istruzione, ma anche il contatto con i loro coetanei.

A Palabek, come gli altri salesiani, il sacerdote venezuelano condivide la vita dei rifugiati 24 ore su 24, 7 giorni su 7. «I servizi medici — afferma — sono pochissimi, non si sa davvero cosa fare se qualcuno è malato; a volte si sospetta su qualche caso, ma non si sa davvero se lo è; alcune persone sono morte, ma non si sa se a causa del coronavirus o di qualcos’altro». Don Ubaldino racconta di aver avuto «una polmonite molto forte», contratta dopo aver dato l’estrema unzione ad una signora. I rifugiati nel campo vivono «in condizioni di grande povertà, perché quando sono fuggiti hanno potuto prendere con sé solo poche cose, alcuni sono arrivati con addosso stracci, con vestiti sporchi e strappati, qui da noi hanno ricevuto teloni, coperte, utensili da cucina. Non possiamo lasciarli soli».

Per evitare il contagio i salesiani hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione. Hanno collocato contenitori di acqua saponata e le persone vengono esortate a lavarsi le mani e a mantenere la distanza sociale. Inoltre, grazie al sostegno della procura missionaria salesiana di Madrid, hanno prodotto e distribuito migliaia di mascherine, oltre a materiali per la pulizia, contenitori e sapone. Il governo ugandese ha istituito «un sistema di educazione a distanza, ma qui non c’è nemmeno l’elettricità, tantomeno qualcuno con un computer», assicura il missionario. Per questo «dall’inizio dell’epidemia, con le scuole chiuse, alcuni giovani rifugiati prendono le loro biciclette e si recano negli ultimi angoli del campo con materiale didattico e sussidi scolastici per accompagnare i bambini e i ragazzi, in modo che non perdano il ritmo della scuola».

Nel campo di Palabek i salesiani hanno creato 16 comunità cristiane per la celebrazione dei sacramenti (nel rispetto delle norme) 4 scuole materne e un istituto tecnico in cui «più di 500 rifugiati sono già stati formati per diventare bravi agricoltori, parrucchieri, sarti, muratori e meccanici». Ad esempio, ai giovani è stato insegnato come seminare l’erba per i campi da gioco, piantare alberi e allestire un orto. I ragazzi hanno inoltre imparato a registrare video e audio incentrati sulla prevenzione del coronavirus e si sono recati in visita, nel pieno rispetto delle regole sanitarie, presso alcuni coetanei malati.

Don Andrade conclude con una nota di speranza: «È una situazione davvero delicata, dura, ma io confido in Dio che ci protegge e ho fiducia anche nella gente: sono persone forti, hanno un grande coraggio, sono dei lottatori nati».

di Francesco Ricupero