· Città del Vaticano ·

MUSICA POPOLARE
Suonando per la novena

L’usignolo fortunato

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02 dicembre 2020

In tanti paesi dell’Italia nei nove giorni che precedono il Natale persiste l’antica tradizione di celebrare in casa le novene, con tutta la famiglia raccolta davanti al presepe. Durante queste cerimonie, che possono svolgersi sia al mattino che alla sera, un piccolo gruppo di cantori, accompagnati da un’orchestrina di strumenti tradizionali, con zampogna e ciaramelle, intonano pastorali, ninne nanne, canti di questua e di buon augurio, alternandoli a storie e orazioni intorno al Mistero del Natale. Le novene si concludono con lo scambio di doni e cose da mangiare in un clima di festa e armonia.

Ai bambini è dedicata molta attenzione e del resto gran parte dei canti e dei racconti del ciclo natalizio è rappresentato da filastrocche, strofette e ninne nanne che con gioiosità e forza evocativa esprimono tutta la meraviglia e lo stupore per l’evento della nascita di Gesù. Si tratta di canti che nella loro apparente semplicità trasmettono i segni di una profonda e sincera devozione. E non mancano storie di grande fascino, che suggestionano la fantasia dei più piccoli, come quella dell’usignolo, il cui canto spesso è richiamato nelle musiche del Natale.

Una di queste racconta che quando il Signore creò gli animali donò a tutti qualche caratteristica particolare come piume dai mille colori e canto melodioso agli uccelli, tranne che all’usignolo. Non era un bel vivere per il povero uccellino rimasto muto e solo. Una notte vide nel cielo un grande bagliore di luce e volò verso quella direzione. Si ritrovò in una grotta dove c’era un bambino avvolto in fasce e scaldato da un bue e un asinello. Gli volò vicino attratto dalla sua bellezza. Il bimbo gli sorrise e l’uccellino cominciò a cantare con una voce straordinaria e tutt’intorno si fece silenzio. Fu così che, grazie a Gesù bambino, l’usignolo ebbe il dono del canto più dolce di tutto il creato.

Da allora, la tradizione racconta, che ogni volta che si canta al Bambino Gesù, può capitare di sentire il suono dell’uccellino, che torna a ringraziarlo, così come è riportato nel canto, diffuso nell’area dei Monti Aurunci del Lazio meridionale, conosciuto come il Canto dell’Usignolo: «Dicendo vola vola anima mia / vattenne alla capanna a riposare / E là ci troverai le pastorelle / co’ le zampogne e co’ le pecorelle / E là ci troverai Gesù Bambino / sopra le braccia soje a riposare / Tu sei il figlio suo il gran Signore / Tu sei la gioia del Paradiso / Chi canta e chi fa festa al mio Signore / io pe’ regalo dono il mio cuore». Denominato come La Verginità di Maria, un antico canto siciliano dell’area palermitana, di cui si trova testimonianza anche nelle raccolte di Salomone-Marino pubblicate nel 1867, descrive un singolare incontro tra un «turco» e un «poeta naturale». I due personaggi dialogano sul mistero della verginità di Maria. In particolare il «turco», che nella tradizione popolare rappresenta simbolicamente lo straniero, chiede al saggio e sapiente «poeta naturale», di spiegargli come sia possibile questo mistero.

Il poeta risolve il quesito attraverso la metafora dell’ombra (l’ummira) riflessa in uno specchio. Infatti, se ci si mette davanti a uno specchio, appare l’immagine riflessa, ma appena ci si sposta l’immagine scompare e lo specchio ritorna immacolato. Così, secondo il poeta naturale, «fu Cristu ‘n ventri di Maria, si ‘ncarna, nasci e virgini la lassa». Turco: «Nascivi veru Turcu naturali / e su vinutu di ‘nta la Turchia / cu l’ogghiu santu m’appi a vattiari / tutta fu untata la pirsuna mia / Ora ca sugnu ‘nta li cristiani / pri la virtù di Cristu e di Maria / si si’ veru pueta naturali / m’ha a diri com’è virgini Maria». Poeta: «Pigghia lu cchiù gran specchiu chi cci sia / sia di cristallu finu e sia ‘na massa / tu guardi ad iddu ed iddu guarda a tia / pirchì l’ummira tua dintra cci passa / tu t’alluntani ed iddu cancia via / lu specchiu senza macula si lassa / ‘ccussì fu Cristu ‘n ventri di Maria / si ‘ncarna nasci e virgini la lassa».

Questo poetico e grazioso componimento di catechismo popolare, così come il Canto dell’Usignolo, sono alcuni dei brani più significativi del repertorio della Chiarastella. Un “corpus” di canti e narrazioni popolari che rimanda a un mondo arcaico che oggi vive un momento di rinnovato interesse grazie alla varietà delle riproposte e rielaborazioni realizzate negli ultimi anni da tanti giovani musicisti. Con la forza della loro musica, dei loro volti, e dei paesaggi dei luoghi in cui vivono, oggi, questi musicisti, ci offrono una testimonianza di grande valore: tramandano un repertorio antico e testimoniano il cuore di un’Italia vera, sempre in cammino, in cerca del Mistero del Verbo Incarnato.

di Ambrogio Sparagna