· Città del Vaticano ·

Poliedro - 1° dicembre, giornata mondiale contro l’aids
Il direttore dell’African jesuit aids network sulle drammatiche cifre del contagio

Piaga dolorosa che si combatte con l’amore

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01 dicembre 2020

L’Africa è il più grande bacino mondiale di aids. Nel 2019 il 59 per cento delle nuove infezioni di hiv a livello globale è stato registrato nel continente nero. In particolare nel quadrante sudorientale, ma anche nell’area subsahariana dove il rischio è maggiore a causa del ridotto accesso alle cure: cinque persone contagiate su sei vivono qui e hanno un’età compresa tra i 15 e i 19 anni. È quanto rileva quest’anno il programma Unaids delle Nazioni Unite. Sono dati che, in occasione della Giornata mondiale contro l’aids che si celebra ogni anno il primo dicembre, ricordano quanto sia dolorosa questa piaga. «La situazione in Africa è ancora terribilmente straziante, sebbene siano stati fatti importanti progressi nei settori medico e scientifico in termini di test e cure». Lo dichiara, in questo colloquio con «L’Osservatore Romano», padre Ismael Matambura, direttore dell’African jesuit aids network (Ajan), struttura fondata nel 2002 dalla Jesuit Conference of Africa and Madagascar su idea del cardinale Michael Czerny, sottosegretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.

L’Ajan è una rete dei gesuiti formata da 27 centri in cui sono presenti volontari ed educatori tra pari (peer educator) che ricevono una formazione specifica. Tra gli operatori ci sono anche medici, avvocati, insegnanti, psichiatri, consulenti, preti, suore e assistenti sociali. Essa si avvale della collaborazione di laboratori medici, istituzioni educative e parrocchie ed è presente in diciassette Stati con sede a Nairobi, in Kenya. «Possiamo stimare che le persone che direttamente o indirettamente beneficiano dei nostri servizi sono 5-10 milioni», dice padre Ismael.

La missione dei gesuiti poggia su due pilastri. Il primo è rappresentato dalla prevenzione della malattia tra gli adolescenti. Come noto, infatti, le principali cause di trasmissione del virus sono molteplici: povertà, rapporti sessuali precoci, prostituzione giovanile, relazioni tra persone dello stesso sesso e utilizzo di droghe. «Siamo convinti che non si possa combattere l’hiv senza educare e coinvolgere i giovani», afferma Matambura. Per questo nel 2013 Ajan ha sviluppato il programma Ahappy, il cui obiettivo non è solo quello di educare i ragazzi e le ragazze, ma anche sviluppare pienamente l’essere umano. In concreto ciò avviene formando gli operatori, i fanciulli e creando circoli giovanili nelle scuole e nelle parrocchie al cui interno si dialoga e si condividono esperienze, anche con l’ausilio di brevi video, testimonianze e di un’app per smartphone. «Gli studenti sono al centro — continua il gesuita — preparati a conoscere, ad affrontare le sfide del loro tempo e ad acquisire una mente critica».

Il secondo pilastro del programma è costituito da chi ha contratto il virus e dai malati di Aids. «È una sfida riuscire a convincere le persone a fare il test per l’hiv, soprattutto gli uomini», racconta il religioso. Soprattutto a causa di timori e sottovalutazioni. I sieropositivi, invece, spesso raggiungono i centri dopo avere provato senza successo numerose terapie. Questi ultimi sono circa cinquemila ogni anno. Una volta giunti in un centro Ajan ricevono sostegno medico, spirituale e psichico, poi vengono indirizzati verso le strutture appropriate, a seconda del caso e delle loro condizioni di salute. «Ancora più importante è il loro coinvolgimento nell’attività di prevenzione e di sensibilizzazione tramite programmi radiofonici e televisivi», spiega il direttore di Ajan. «Condividono le loro esperienze per fare aumentare la consapevolezza e per educare le persone a cambiare i comportamenti a rischio». Inoltre, gli operatori li responsabilizzano per assicurare loro un’autonomia economica. Un percorso che, per esempio, viene sostenuto inizialmente con borse di studio per i giovani. «Questo li aiuta ad acquisire fiducia in se stessi e ad avere uno scopo nella vita», aggiunge padre Ismael.

In tal senso il vangelo e la fede hanno un “ruolo motivante”, dice il gesuita. «Ispirano tutte le nostre azioni e le pratiche tese a valorizzare la persona umana e a ridargli dignità in qualsiasi situazione. Sono fondamentali per il nostro sforzo di promozione della vita, indipendentemente dalla sofferenza e dalla condizione della persona. Di fronte alla sofferenza Gesù non si arrende mai». Come è anche scritto nel Vangelo di Giovanni: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni, 10, 10). «Questa missione di Gesù che dà pienezza alla vita è la stessa per Ajan», afferma Matambura. Tra le finalità dell’African jesuit aids network c’è quella di incoraggiare i gesuiti nel servizio; promuovere politiche e buone pratiche in ambito locale, nazionale e internazionale; coordinare e sostenere economicamente i progetti.

Oggi vivere con l’aids nel continente nero è ancora molto difficile. «Attraverso le storie dei pazienti seguiti nei nostri centri si vede chiaramente il legame intrinseco tra hiv e povertà», racconta il direttore. Negli ultimi vent’anni la qualità dell’esistenza è migliorata di poco. Adesso è più facile accedere alle cure e c’è un numero maggiore di strutture pubbliche e private. Ciò ha allungato la speranza di vita. Inoltre, alcuni sieropositivi fanno ricerca scientifica e gestiscono aziende e società con cui competono nel libero mercato. Chi è assistito dai gesuiti solitamente vive con i genitori, i familiari o con i parenti. Tuttavia, «lo stigma sociale è ancora presente», dice padre Ismael. «Alcune persone che scoprono di avere l’hiv vengono allontanate da casa o semplicemente isolate. Questo le fa sentire meno umane e marchiate con rapidità». Nelle grandi città, invece, c’è più informazione e meno discriminazione: molti sanno che non sarà il virus a ucciderli, ma il modo in cui convivono con esso. «Il problema, purtroppo, è che la maggior parte dei governi dipende da fondi esterni (non governativi) per combattere l’hiv», ribadisce Matambura.

«Sebbene migliaia di bambini diventino orfani l’aids non è una priorità». A causa del covid-19 la raccolta fondi 2020 sarà più scarna, ma ciò conta relativamente. «Nemmeno la pandemia ha cambiato più di tanto la situazione», conclude padre Ismael. I gesuiti hanno esteso la propria missione per rispondere alle nuove sfide imposte dal coronavirus che ha reso difficile reperire medicinali e accedere alle strutture. Angoscia e sofferenza sono state accentuate dall’aumento dei prezzi e dalle difficoltà lavorative. Secondo i dati Unaids, lo scorso anno 38 milioni di persone nel mondo erano affette da hiv. Rispetto a venti anni fa il numero di morti e di nuovi contagi è dimezzato e i fondi per combattere l’aids aumentano di anno in anno. Tuttavia il denaro è un indicatore ambiguo. Gli Stati più colpiti sono anche tra i più ricchi del continente: in Sud Africa, Zimbabwe, Uganda e Kenya circa il 6,7 per cento della popolazione adulta convive con l’Hiv e la presenza di una fitta rete di trasporti è causa di un più alto tasso di infezioni. Quello che occorre all’Africa è un amore incondizionato, un impegno costante e una promessa fedele.

di Giordano Contu